12 novembre 2015

FRANCIA SULL'ORLO DELLA GUERRA CIVILE!!!




Le nubi che si stanno ammassando sulla società francese, i cui crimini commessi nel gennaio 2015 ne sono la manifestazione immediata, rivelano una perdita generale di riferimenti. Possiamo ricollegare tutto ciò ad una forma di anomia(assenza della legge) politica. Questa si manifesta sia a seguito dello sviluppo di comportamenti narcisisti, sia a seguito di derive comunitarie. E’ chiaro che questa anomia politica è il risultato della crisi, ma si comprende anche che la crisi non è la sola, nè la unica o la principale causa di questa anomia, poiché abbiamo già conosciuto, in passato, altre crisi economiche che non hanno provocato questi effetti.
Dal quantitativo al qualitativo
Questa perdita di sovranità è stata graduale ed è probabilmente per questo motivo che ha tardato a manifestarsi. Oggi, l’accumulo di piccole rinunce, di piccole sottomissioni, ha provocato un vero e proprio cambio qualitativo. Questa perdita di sovranità non avvantaggia più un determinato Stato, ma favorisce il sistema burocratico che si è instaurato attraverso l’Unione Europea, da Bruxelles a Francoforte.
Essa è diventata evidente con gli eventi dell’estate 2015 in Grecia, eventi che hanno mostrato agli occhi di tutti la vera natura delle istituzioni europee, e come queste ultime siano radicalmente incompatibili con gli assetti democratici. Molti hanno aperto gli occhi in quest’occasione. Si comprende anche perché questa perdita di sovranità non può far altro che favorire lo slittamento, oramai sempre più in accelerazione, verso uno stato ‘’collusivo’’, preludio della creazione di uno stato reazionario. Ma questa perdita di sovranità potrebbe portare ad una guerra civile, la quale costituirà l’occasione, da alcuni tanto sognata, per edificare questo Stato Reazionario.
Il dramma che abbiamo conosciuto il 7 e il 9 gennaio 2015, gli omicidi commessi alla Charli Hebdo e al super mercato, sono la prova che queste nuvole stanno lasciando il passo alla tempesta. Occorre che ci si prepari. Paradossalmente, è nel nostro passato che potremmo trovare i principi che ci permetterebbero di proiettarci nel futuro, per far fronte ai tumulti e alle tempeste in arrivo. Ma può darsi che non ci sia niente di paradossale in tutto ciò.
Le riflessioni del passato che illuminano il nostro avvenire non sono che l’esperienza accumulata a seguito delle crisi che la Francia ha conosciuto e superato. Il desiderio di cancellare il passato, che lo si percepisce da alcune decisioni riguardanti i programmi scolastici, sia a destra con il disastroso governo de Luc Chatel, come a sinistra, non è ingenuo e non privo di conseguenza.
E’ opportuno ripeterlo, la Francia è, ed è sempre stata, diversa. La società non è il prodotto di una qualunque omogeneità, che sia culturale, religiosa, linguistica o economica. La società non è affatto il prodotto di decisioni coscienti di individui ad essa pre-esistenti. Gli individui sono in realtà il prodotto della società, e la costruzione di quest’ultima avviene parallelamente alla costruzione degli individui.
Ma, questo processo di costruzione storica ha una storia ed un trascorso. Quest’ultima non è altro che la cultura politica sviluppatasi contemporaneamente allo Stato, e che fagocita la memoria delle grandi crisi attraversate. Questa cultura politica, di cui il diritto alla satira ne è un esempio, costituisce tuttavia una variante immutabile nel breve periodo. Nessuno può pretendere impunemente di dissociarsene o di rifiutarla senza esporsi ad un esplicita manifestazione di rifiuto.
L’origine di una Tirannia
Gli individui che compongono la società sono diversi, poiché i processi di produzione sono di per sé diversi. Inoltre, i principi fondamentali della società possono anche essere contestati, e ciò implica una nuova diversità. E ciò non fa che ricondurci ad una ovvietà: la società è politica.
E’ grazie alla politica che si costruiscono i legami sociali, e questa costruzione implica una riqualificazione permanente della politica. La parola si svaluta e viene dimenticata, ed qui che la dialettica si impone. Tral’individuo e la collettività si stabiliscono dei legami complessi, che non sono riducibili alla visione tragicamente semplificata che viene offerta nel complesso dai liberali. Questa visione della società non è diversa dalle altre. Essa si oppone in realtà a qualsiasi ipotesi di organizzazione sociale. La visione liberale conduce immancabilmente a ciò che Hobbes chiamava ‘’la guerra di tutti contro tutti’’, e, in concreto, alla guerra civile.
L’intimo rapporto tra la società e la politica impone di prestare attenzione a come avviene questa costruzione in ciascuna società. Poiché il processo di costruzione della società è anche un processo di differenziazione delle società. Più le società si edificano, più esse producono delle istituzioni, e più si affermano le loro differenze.
Al contrario, pretendere che ci sia carta bianca per permettere a menti superiori di scrivere la storia, senza tener conto del passato, è la migliore alternativa che possa garantire l’avvenimento di orrende tragedie, tra cui la peggiore è la guerra civile.
Eppure è a questo che mirano oggi le istituzioni europee insieme all’ideologia europeista, autrice del concetto ‘’fuori-suolo’’, che nega l’importanza della sovranità e quindi della perdita di legittimità.Affermiamo che non potrebbe esistere democrazia senza popolo e che l’idea di una ‘’democrazia senza démos’’ non sarebbe altro che la maschera della peggiore Tirannia. Ci tocca dunque essere pronti ad impedire questa inquietante deriva.
L’edificazione di una società
Il processo di costruzione della società mette in evidenza aspetti di cui possiamo ravvisarne l’attualità. Gli antichi sapevano che era impossibile l’esistenza di legalità senza legittimità, e che è la seconda a fondare la prima. Dai miti greci alla distinzione romana di autoritas e potestas, vi è una lezione che dobbiamo ricordare..
Ma il fondamento della legittimità diviene essa stessa fonte potenziale di conflitti, nel momento in cui la pluralità delle religioni diventa una realtà. E’ ciò che ci rivela l’opera di Jean Bodin che, nella propria corrente, stabilisce la supremazia del principio di sovranità e il distacco assoluto da tutti i legami con una determinata religione.
La sola risposta possibile alle guerre di religione del passato o a quelle che attualmente ci minacciano, agli integralismi degli uni e degli altri, alle letture radicali, è l’unione tra il principio di sovranità e quello di laicità. Ma tutto ciò implica la distinzione tra la sfera privata e quella pubblicata, distinzione che l’ideologia attuale pretende di cancellare. L’ostentazione dei narcisismi, se coerente con l’ideologia dei liberali, conduce alla fine della società democratica.
Un pericolo minaccia la società, che sia l’accumulazione di ricchezza talmente estremo da diventare odioso, o la sorda corrosione di una ideologia individualista, la quale non produce altro che un narcisismo esasperato. La politica si ritrova oggi attaccata su due fronti: nei meccanismi del suo funzionamento, ma anche nell’intimità dei suoi rapporti con gli individui. Questo attacco al politico, e quindi al cuore stesso di questo prodotto sociale, ha delle conseguenze importanti per quanto riguarda l’organizzazione di quest’ultima.Questa doppia minaccia ha come conseguenza la crisi dell’ordine democratico che, come tutte le forme di organizzazione, non deriva dalla ‘’legge naturale’’, ma dall’espressione di una volontà collettiva. Pertanto, il futuro non sembra che riservarci una scelta tra il ritorno ad un ordine arcaico, fondato sugli spettri di una omologazione della società, o ad un ordine dispotico, basato su leggi ‘’immorali’’.
Di nuovo al confine tra sovranità e democrazia
La messa in discussione della sovranità e della democrazia minaccerebbe nel profondo la natura della società francese. Certamente, possono esservi degli Stati sovrani che non sono democratici; ma non si sono mai visti Stati democratici che sono stati anche sovrani. Questi sono i frutti amari, per logica, del processo di globalizzazione e di costruzione dell’Unione europea.
Affermare che l’Unione Europea sarebbe stata concepita, poco alla volta, per proteggere i popoli dall’influenza della globalizzazione, come fanno i suoi accoliti, è una palese menzogna. L’unione europea è stata in realtà l’avanguardia del movimento che ha disfatto gli Stati Uniti a vantaggio delle grandi multinazionali. Essa non è che il frutto della strategia americana concepita sin dalla guerra fredda[1]. Essa si basa su ciò che Stathis Kouvelakis, riferendosi ad un opera relativamente recente di Perry Anderson [2], descrive come «un allontanamento di tutte le forme di controllo democratico e di responsabilità nei confronti dei popoli: è un principio fondamentale della complessa rete di agenzie tecnocratiche, e di altre scuole di esperti, che formano la colonna vertebrale delle istituzioni dell’UE. Ciò che hanno chiamato con l’eufemismo di ‘’deficit della democrazia’’ è in realtà una negazione della democrazia»[3]..
L’Unione Europea è in realtà uno spazio fin troppo eterogeneo per chi pensa, come evince Arnaud Montebourg e simili, ad un protezionismo «europeo».
Esso non può avere sovranità, e quindi democrazia, a livello europeo poiché non esistono popoli europei.
Da ciò deriva che possono esistere e funzionare, a livello europeo, solo le cooperazioni multilaterali. Esse sono assolutamente necessarie per affrontare i numerosi problemi esistente, anche se non saranno mai sufficienti.
Ricostruire l’ordine democratico
Abbiamo quindi bisogno di avallare la ricostruzione di questo ordine democratico, e dobbiamo farlo guardando alle cause della crisi e non unicamente alle sue conseguenze. Per farlo sarà necessaria una profonda ricomposizione delle forze politiche.
Ci sono certamente numerose personalità nei partiti che sono o che sono stati al potere, convinti della necessità di adottare misure di protezione per l’economia francese, come un deprezzamento forte della moneta. Sappiamo che ciò in realtà non è possibile sia nell’ipotesi di un’uscita dall’Euro sia di ritorno al Franco. Ma, questi partiti sono costituiti in modo tale che la ‘’direzione’’ di questi ultimi, un gruppo ridotto di uomini e di donne, operi in modo quasi indipendente da ciò che pensano i vertici, e la base e i piani intermedi di questi partiti sono alle volte in profonda e diretta connivenza con alcuni interessi privati, come mostrano alcune loro espressioni, trasmesse dai grandi mezzi d’informazione di massa.
È ciò che hanno definito come Stato collusivo non è altro che una tappa del progredire dello Stato reazionario.
Queste ‘’indicazioni’’ non si basano solamente sulle istituzioni interne ‘’ripulite’’ dalle proprie organizzazioni, ma anche su delle reti di clientelismo e di importanti fenomeni di corruzione, che hanno come fine quello di costruire un’indipendenza dal rapporto che derivante loro dagli elettori. Aggiungete a questa una politica di pressione e di denigrazione sistematica di tutti quelli che non la pensano come loro. Alla fine, il livello di democrazia presente in questi partiti si rivela molto inferiore a quello che si trova nel sistema politico, in generale.
Sarà quindi necessario passare da una rottura ad una ricomposizione di questi partiti, sperando in tal modo che i sostenitori del recupero della sovranità nazionale si saranno uniti, o almeno che decideranno di lavorare insieme. Il processo di rottura pare essere in esecuzione nei partiti al potere.
Quello di ricomposizione, invece, rischia di farsi attendere. Prima si realizzerà e meglio sarà per il Paese.
Evitare la guerra civile
La ricostruzione dell’ordine democratica è oggi, qui e ora, l’unica soluzione che sia in grado di garantire la pace. Essa si presenta come l’ipotesi garante delle maggiori aspettative per il mantenimento di una società relativamente pacifica e, quindi, stabile. Ciò accade perché oggigiorno la difesa dell’ordine democratico e dei suoi fondamenti, la sovranità e la laicità, assume le sembianze di un imperativo categorico. Questo è il motivo per cui un tale compito implichi che si accetti di mettere temporaneamente da parte alcune divisioni, che sono oltretutto legittime. L’ampiezza di tale compito implica riflettere sull’ipotesi politica di una coordinazione nella lotta comune. E’ questa la logica dei ‘’fronti’’ che, dall’ignoranza della Storia, dalla partigianeria politica o più semplicemente dalla stupidità, alcuni si sforzano di rifiutare.
Ma questa riedificazione può imporre o implicare degli elementi di populismo. Per combattere la tendenza spontanea dei burocrati di produrre delle leggi senza preoccuparsi della loro legittimità, il ricorso ad elementi di legittimità carismatica diventa essenziale. E’ il senso della reintroduzione, su questioni fondamentali, dei referendum che rivelano in parte questa forma di legittimità. Soprattutto, è bene ricordare che i poteri dittatoriali nel loro senso originario – e non nel senso volgare che ha preso la parola ‘’dittatura’’- rientrano nel normale percorso democratico. Non ci sarà bisogno di avere paura, poiché l’azione nel complesso sarà interrotta quando si porrà la questione dell’abrogazione delle leggi prese in condizioni di legalità, ma assolutamente illegittime.
Il nostro pensiero guida, in questi tempi incerti, dovrà essere come sempre la difesa della sovranità della Nazione, e la coesione intorno ad essa, vale a dire l’unione del popolo. La natura di quest’ultima è in effetti chiara. Essa si esprime interamente in quella magnifica formula ereditata dalla Rivoluzione Francese che afferma che la democrazia è il governo ‘’del popolo, dal popolo, per il popolo’’.
Ma conviene affermare che il popolo è concepito come un insieme politico radicato intorno al bene comune, ovvero la Res Publica. E’ quella, e quella sola, che sarà il nostro viatico utile per affrontare latempesta in arrivo.
Jacques Sapir, 4.10.2015
Traduzione dal francese per www.comedonchisciotte.org a cura di CHRIS BARLATI

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