I cambiamenti climatici 'cambieranno i connotati' di almeno meta' delle aree della Terra

(ANSA) - ROMA, 16 DIC - I cambiamenti climatici 'cambieranno i connotati' di almeno meta' delle aree della Terra coperte da vegetazione, provocando la conversione del 40% degli ecosistemi in un'altra forma, ad esempio da foresta a tundra, o da prateria a deserto. Lo afferma uno studio del Jet Propulsion Laboratory della Nasa, pubblicato dalla rivista Climatic Change.

I ricercatori hanno elaborato un modello che tiene conto di quali piante si adattano ad ogni tipo di clima, adattandolo alle proiezioni dell'Ipcc sulle variazioni di temperatura e piovosita' previste per i prossimi decenni. Il risultato e' stato una mappa delle aree sensibili del pianeta, da cui emerge che quasi tutte le aree del mondo dovranno affrontare cambiamenti in almeno il 30% della vegetazione, e soprattutto l'emisfero nord dovra' affrontare le modifiche agli ecosistemi piu' radicali: ''Lo studio introduce un nuovo modo di guardare ai cambiamenti climatici - spiega Jon Bergengren, uno degli autori - anche se gli allarmi sui ghiacciai che si sciolgono o sul livello del mare che sale sono importanti, sono le conseguenze sugli ecosistemi quelle piu' importanti''.

Un esempio di quello che puo' succedere lo ha trovato un altro studio, stavolta di Lisa Oberg della Mid Sweden University, pubblicato dalla rivista Landscape. La ricercatrice ha trovato in alcuni siti di montagna in Svezia una volta coperti da ghiacciai ora sciolti dei fossili di betulle e pini risalenti a 4400 anni fa: ''All'epoca la temperatura era di 3,5 gradi piu' alta che adesso - spiega - una condizione che potrebbe ripetersi in un futuro prossimo''.(ANSA).



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Progetto dell'UE per salvare satelliti dalle tempeste solari

Il progetto Transmit (Training Research and Applications Network to Support the Mitigation of Ionospheric Threats), finanziato dalla Commissione Europea con circa 4 milioni nell'ambito del settimo programma quadro della ricerca, ha come obiettivo formare giovani ricercatori dei sistemi globali di navigazione satellitare.


Le minacce più comuni ai sistemi di navigazione satellitare sono i disturbi esercitati dall'atmosfera terrestre sui segnali satellitari che la attraversano, la cui probabilità aumenta quando il Sole è particolarmente attivo e il flusso di particelle cariche (vento solare) particolarmente intenso. Mentre si avvicina il prossimo massimo di attività solare, previsto nel 2013, una rete di università e istituti di ricerca europei, coordinata dall'università britannica di Nottingham e alla quale l'Italia partecipa con l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), ha unito le forze nel progetto Transmit.

Lo scopo è duplice: l'alta formazione di 16 giovani ricercatori in questo campo, distribuiti tra i vari partner del progetto, e sviluppare un prototipo di servizio per il monitoraggio delle perturbazioni ionosferiche e lo sviluppo di modelli e procedure per la mitigazione dei loro effetti dannosi sui segnali satellitari. Per l'Italia le ricerche in questo campo sono condotte presso l'Ingv, nella sezione di geomagnetismo, aeronomia e geofisica ambientale di Roma, dove Eleftherios Plakidis, ricercatore con cinque anni di esperienza presso l'universita' di Birmingham, si occupera' per i prossimi due anni di provvedere alla strategia da adottare nel trattamento dei dati osservazionali per lo sviluppo del prototipo di servizio per Transmit.
http://www.antikitera.net/news.asp?id=11144&T=3


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Nigeria: una nuova catastrofe ecologica in mare


Martedì 27 Dicembre 2011 12:47 Scritto da Verdiana Amorosi

Ci risiamo: una nuova macchia di petrolio sta devastando gli oceani e in particolare la costa nigeriana del Golfo di Guinea, a circa 75 miglia al largo del Delta del Niger. La causa risiede nella rottura di un impianto della Shell, avvenuta sette giorni fa, e secondo le stime si tratterebbe della marea nera più grave registrata nella zona.

L’incidente, che secondo le cifre della Shell ha causato lo sversamento in mare di 40.000 barili di petrolio, è avvenuto il 20 dicembre scorso durante alcune operazioni di routine per il trasferimento del greggio da una piattaforma di stoccaggio offshore ad una petroliera. Durante una di queste fasi, qualcosa è andato storto: gli operai hanno registrato una fuga e i dirigenti della Shell Nigeria exploration and production company (Snepco), una delle filiali della multinazionale anglo-olandese in Nigeria, per tamponare ed evitare il peggio, hanno subito ordinato la chiusura del flusso di petrolio.

Il responsabile di Shell Nigeria, Mutiu Sunmonu, ha fatto pubblicamente le sue scuse ed ha assicurato – attraverso un comunicato stampa - che la marea nera sarà bonificata rapidamente: “La Shell Petroleum Development Company della Nigeria Limited si impegna a ridurre l’impatto della perdita di petrolio sull’ambiente e a rimuovere il prima possibile il greggio già sversato in mare”.

Fortemente preoccupata, naturalmente, la popolazione locale, in particolare i pescatori del Delta del Niger, specie dopo la diffusione dei dati provenienti dalle immagini satellitari fornite dal monitoraggio indipendente Skytruth: la macchia nera si estende per una lunghezza di 70 km e attualmente occupa 923 km quadrati. Ciò vuol dire che la pesca dell’intera zona – e quindi di gran parte dell’economia locale che si basa sostanzialmente sull’attività ittica – rischia di essere compromessa in modo irreversibile.

Secondo la Shell invece, la marea mostrata dalle immagini satellitari si sta riducendo progressivamente: “da martedì, quando siamo venuti a conoscenza di questa perdita presso la nostra offshore di Bonga, sono stati fatti notevoli progressi per mitigarne le conseguenze. L'iridescenza si è assottigliata notevolmente grazie ad una combinazione di fattori naturali e all'applicazione disperdente, e in alcuni punti frazionata, che dovrebbero aiutare ulteriormente la sua dispersione. Un altro sviluppo significativo è che ieri pomeriggio abbiamo identificato la fonte dello sversamento in una falla”.

In realtà, proprio come avvenuto per la marea nera del Golfo del Messico, i dati forniti dalla Shell sembrerebbero troppo ottimisti. Secondo Nnimmo Bassey, direttore di Environmental rights action, una Ong con sede a Lagos, le cifre comunicate dalla multinazionale non sono credibili: “la Shell dice che si sono sversati 40.000 barili e che la produzione è stata chiusa, ma noi non ci fidiamo di loro, perché gli incidenti del passato dimostrano che l'azienda nasconde costantemente le quantità e gli effetti della sua negligenza. Abbiamo allertato i pescatori e le comunità costiere perché si guardino in giro. Questo si aggiunge semplicemente alla lista delle atrocità ambientali della Shell nel delta del Niger”.

Insomma, anche da quello che emerge dagli ultimi studi sull’inquinamento dell'Ogoniland, nel Delta del Niger, la posizione della Shell non è delle migliori e l’incidente del 20 dicembre è solo la punta dell’iceberg e alcuni ambientalisti sostengono che la Shell in 50 anni di produzione in Nigeria avrebbe versato in mare più di 550 milioni di galloni, un tasso paragonabili a un disastro della Exxon Valdez all'anno.
Negli ultimi anni infatti, la compagnia petrolifera ha provocato ingenti danni all'acqua, al suolo e all'aria e dovrà realizzare la più grande opera di bonifica mai attuata al mondo, che potrebbe richiedere 30 anni ed un miliardo di dollari. E sempre a suo carico c’è un altro sversamento avvenuto nel 2008, nella regione di Bodo, ma la compagnia deve ancora pagare i risarcimenti.

Ma non è tutto, perché la Shell attribuisce gran parte degli incidenti agli attacchi dei guerriglieri locali che cercano di sabotare le infrastrutture. In realtà, secondo quanto emerge dai dati delle ONG e dalle comunità del Delta, i guasti e i deterioramenti delle piattaforme petrolifere presenti nella zona sono molto più frequenti di quanto la multinazionale sia disposta ad ammettere…

Scoperti su Plutone i mattoni della vita!

Potenziali mattoncini della vita, ovvero molecole complesse di carbonio e azoto, potrebbero trovarsi in quell’angolo sperduto del Sistema solare che è la superficie gelida di Plutone. A dirlo sono alcuni ricercatori del Southwest Reserach Intitute di Boulder, in Colorado, e della Nebraska Wesleyan University sulle pagine dell' Astronomical Journal, basandosi sulle ultime osservazioni del telescopio spaziale Hubble. Lo studio mostra quanto ancora ci sia da scoprire su Plutone, sebbene abbia perso la sua dignità di pianeta nel 2006, e cresce l’aspettativa per la missione New Horizon della Nasa, prevista per il 2015.


Che sul lontanissimo pianeta nano alberghi uno strato superficiale di metano ghiacciato e altri composti glaciali (come monossido di carbonio) è fatto noto da tempo agli scienziati, ma questa è la prima volta che i ricercatori trovano indizi sulla possibile presenza di altri idrocarburi, più complessi, o di composti di azoto. A suggerire questa ipotesi è stata l’osservazione, grazie a Hubble, dell’assorbimento della luce ultravioletta che colpisce la superficie di Plutone, di cui potrebbero essere responsabili proprio queste molecole. Secondo gli studiosi, potrebbero essere il frutto delle reazioni tra la debole luce solare che raggiunge Plutone o tra i raggi cosmici con il metano e il monossido di carbonio ghiacciato presenti sul corpo celeste.

“È una scoperta molto eccitante, perché queste molecole complesse potrebbero anche essere le responsabili delle variazioni di colore della superficie di Plutone, che tende sempre di più al rosso”, ha raccontato Alan Stern del SwRI, coautore della ricerca.

Il team ha scoperto l’assorbimento grazie al Cosmic Origins, il nuovo spettrografo installato a bordo del telescopio spaziale durante l’ultima missione di servizio, nel 2009. Durante le misurazioni, portate a termine nel 2010, il team ha anche osservato un cambiamento nello spettro ultravioletto di Plutone rispetto agli ultimi rilevamenti, effettuati negli anni Novanta. Questo potrebbe indicare che la superficie del pianeta nano stia cambiando o che vi è stato un aumento della sua pressione atmosferica.
http://www.galileonet.it/articles/4ef42fee72b7ab149500004f


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La Grecia e' alla fame, e l'Unione Europea regala 2mila miliardi alle banche

Come definire il regalo di 2 mila miliardi di euro che la Banca Centrale europea ha fatto a tutte
le banche dell’eurozona? Una vergogna? Un’ingiustizia? Una cosa necessaria?

Io personalmente, ma il mio giudizio vale poco, penso si tratti di una profonda ingiustizia e di un’immensa vergogna che da valore a quel luogo comune secondo il quale il mondo è in mano alle banche. È un’affermazione che si sente nei bar, per strada, quasi mai in TV o nei grandi media; se ne parla con un tono di quasi rassegnazione e di sconfitta. Sconfitta per la democrazia e per una politica in grado di dare risposte ai cittadini e non alle banche.


Questa volta però non è il solito avventore di un localaccio notturno (con tutto il rispetto dei localacci notturni) che sotto abbondanti libagioni alcoliche si lascia andare ad analisi di macro economia, ma è un dato di fatto. O perlomeno io lo interpreto così.

La banca centrale europea, diretta da un uomo cresciuto e maturato nella Goldman Sachs, decide di dare 2 mila miliardi di euro (è difficile anche scriverla una cifra così impressionante), tratti dalle tasse dei cittadini europei, alle banche europee ad un tasso dell’1% (ovvero inferiore all’inflazione) e dunque "regalati". Sì, sì, va bene, serviranno per far girare l’economia, serviranno per evitare la crisi, ma almeno qualche regola si sarebbe potuta mettere. Ad esempio si sarebbe potuta prevedere una norma che vieti le speculazioni finanziarie, perlomeno quelle più rischiose che hanno portato al disastro economico in cui ci troviamo ora. Che so io, si sarebbe potuto approfittare di questo incredibile (e senza precedenti) finanziamento per riformare il sistema creditizio, così come successo negli anni '30 (dopo la crisi del 1929). Invece niente: si regalano 2mila miliardi senza chiedere niente in cambio.

Tanto sono soldi dei cittadini e con i nostri soldi le banche faranno ciò vogliono, senza render conto e senza vincoli. E in più con un tasso di interesse dell’1%. Ovviamente le banche qualche garanzia la dovranno dare: per esempio acquistando i titoli di Stato. Quelli italiani sono pagati al 6/7%. Non credo sia necessario essere dei premi nobel in economia per capire che le banche useranno i soldi dei cittadini europei, dati loro all’1%, per comprare titoli di Stato che pagano invece il 6/7% di interesse: risultato? Un guadagno per le banche del 5/6% senza correre rischi. Provo a spiegare meglio questo passaggio: gli stati tassano i cittadini e versano una parte di queste tasse in un mega fondo europeo che viene usato per concedere i soldi alle banche private con un tasso dell’1%. Le banche, grazie a questi soldi. acquisteranno, tra le altre cose, titoli che lo Stato paga al 6/7%. Indovinate un po’ come fa lo Stato a pagare quegli interessi del 6/7%? Sì, esatto, proprio dalla tasse dei cittadini. Elementare Watson.

Ora sarà anche un luogo comune, sarà anche una discussione da bar e da avventori notturni, ma l’idea che le banche abbiano in mano la situazione si fa sempre più evidente.

D’altronde non potrebbe essere altrimenti se riflettiamo su chi ora sta guidando l’economia europea: i banchieri. Alla lista degli uomini della grande finanza internazionale che guidano le istituzioni europee, che poi fanno queste scelte assurde per favorire le banche, si aggiunge ora anche la pedina spagnola. Sembra una battaglia a Risiko e le banche conquistano territori: Monti (Goldman Sachs), Draghi (Goldman Sachs), Papademos (Federal Reserve Bank of Boston e Banca Centrale Europea).

La nuova pedina, come già evidenziato, è quella spagnola: il nuovo ministro dell’economia si chiama Luis de Guindos che ha lavorato a lungo nel settore delle banche private e ha guidato la divisione spagnola della banca di investimento Lehman Brothers. Vi dice niente questa banca? Sì sì quella grossa banca fallita e dalla quale, come in un domino, tutto ha avuto inizio. Un bel quadretto che sarà sicuramente completato nel 2012 con le altre elezioni europee.

Nel frattempo in Grecia, uno dei paesi dell’eurozona le cui tasse sono servite per finanziare le banche, si comincia a soffrire la fame. No, non è il solito avventore di un locale notturno che lo dice, ma l’ANSA. Questa la notizia che mi ha turbato: “sono stati registrati circa 200 casi di neonati denutriti perché i loro genitori non sono in grado di alimentarli come si deve”. E la situazione tende a peggiorare. Il caso della sanità è emblematico: vi è una drastica riduzione dei ricoveri nelle strutture private (circa il 30% in meno tra il 2009 e il 2010) e un relativo incremento dei ricoveri negli ospedali pubblici (circa il 25% in più), che non riesce a far fronte alle pressanti richieste della popolazione perché lo Stato ha deciso di tagliare i fondi per la sanità pubblica del 40%. Questo ha comportato licenziamenti e carenze di organico. L’esito è facilmente prevedibile: una sanità in pessime condizioni, file indicibili e fuga dalla sanità. Insomma una popolazione in ginocchio.

L’UE, tanto pronta a regalare i soldi alla banche, fa ben poco per salvare i bambini denutriti dell'eurozona. Quasi quasi mi viene di dare ragioni a quegli avventori dei bar notturni che credono che il mondo sia in mano alle banche. Ma queste affermazioni, come si sa e come ci dicono, sono luoghi comuni. O no?

Terremoto di magnituto 6,6 colpisce la Russia

27 Dicembre 2011 - Russia - Un forte terremoto di magnitudo 6,6 richter ha colpito la Russia sud-orientale a confine con la Mongolia secondo l'USGS l'Istituto di Sorveglianza Geologica degli Stati Uniti, il sisma e' avvenuto ad una profondita' di 6,9 km a circa 92 km ad E da Kyzyl.Non sono state riportate notizie di vittime o danni significativi il terremoto ha colpito una regione scarsamente popolata.
USGS



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Scoperto un nuovo metallo nel cuore della Terra,che potrebbe sconvolgere le teorie sul campo magnetico terrestre!

Il cuore della Terra contiene un tipo di metallo fino ad oggi sconosciuto. A identificarlo sono stati i ricercatori del Geophysical Laboratory della Carnegie Institution for Science di Washington (Stati Uniti) in uno studio pubblicato su "Physical Review Letters", secondo cui la scoperta potrebbe cambiare completamente le teorie sul campo magnetico che protegge il pianeta dai danni prodotti dai raggi cosmici.L'esistenza del metallo è stata ipotizzata - Gli autori dello studio hanno ricreato in laboratorio le condizioni estreme tipiche delle profondità della Terra. Utilizzando un innovativo metodo computazionale è stato possibile predire l'esistenza di un nuovo tipo di ossido di ferro (FeO), un componente del secondo minerale più abbondante del pianeta. Secondo i ricercatori, a una pressione di 690.000 atmosfere e a una temperatura di circa 1.650 gradi centigradi il FeO non cambia struttura, ma passa dall'essere un materiale isolante a essere un metallo altamente conduttivo.La sua esistenza potrebbe stravolgere le teorie sul campo magnetico terrestre - Questi risultati, spiega Ronald Cohen, coautore dello studio, implicano che a livello della parte più profonda del mantello terrestre l'ossido di ferro conduce l'elettricità, aumentando l'interazione elettromagnetica tra il nucleo liquido della Terra e questa zona del mantello: e questo corrisponderebbe a una nuovo modo del campo magnetico di essere propagato verso la superficie del pianeta.

 


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