Secondo la Nasa l'eruzione avvenuta nel Mar Rosso ha fatto emergere una nuova isola!

In questi giorni la Nasa ha scoperto che, in questo mese, nel Mar Rosso c’è stata una eruzione vulcanica e i pescatori hanno assistito il 19 dicembre a fontane di lava alte ben 30 metri.
Infatti utilizzando l’Ozone Monitoring Instrument (OMI) sono stati rilevati elevati livelli di biossido di zolfo che indicano una eruzione e, attraverso delle immagini satellitari, la Nasa ha notato che nel Mar Rosso, precisamente lungo il Gruppo Zubair, si sta creando una nuova isola.
Qui in basso potete vedere le immagini e notare le differenze:
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Infatti possiamo vedere una isola, dove prima invece c’era completamente acqua, e una nube densa, forse un misto di cenere vulcanica e vapore acqueo, che sale dall’isola.
Il Gruppo Zubair è un insieme di piccole isole che si trovano vicino alla costa dello Yemen, una regione che appartiene alla Rift Valley ovvero quella formazione geologica che si estende per 6000 km dal nord della Siria fino al Mozambico e che si è creata dalla separazione delle placche tettoniche africana e araba.
http://www.zazoom.it/blog_rsc/post.asp?id=4799


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Australia: pesanti inondazioni colpiscono il nord del paese facendo deragliare un treno merci

Un treno merci è deragliato durante violente inondazioni nel Territorio del Nord dell'Australia. Il Ciclone tropicale ha scaricato centinaia di millimetri di pioggia  durante la notte e un treno merci è stato spazzato via dalle acque mentre attraversava un ponte ferroviario vicino a Katherine. Willem Van Westra Holte ha parlato di  una scena di devastazione.Due macchinisti sono stati isolati dopo l'incidente e la polizia ha detto che uno dei due uomini è stato trasportato in ospedale con lesioni alla schiena.Le autorita' riferiscono che il fiume e' a rischio contaminazione. L'inondazione ha colpito anche due parti della Stuart Highway, che ha fatto deragliare un treno e spazzato via due persone dalle loro auto,fortunatamente senza provocare vittime.
http://abcasiapacificnews.com/stories/201112/3398553.htm?desktop

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Alla ricerca di tracce aliene sulla superficie della Luna!

La singolare proposta di due scienziati: scandagliare la superficie della Luna, fotografata in dettaglio dal Lunar Reconnaissance Orbiter, per cercare eventuali tracce di intelligenze extraterrestri passate in visita da quelle parti



NEW YORK - Nel film-cult di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello spazio, ispirato al racconto di Arthur C. Clarke La sentinella, veniva ritrovato sulla Luna un grande monolite nero, di chiara fattura intelligente. Un indizio che, da qualche parte nell'universo, una civiltà extraterrestre aveva visitato il nostro sistema solare. Qualcosa del genere, magari anche meno vistosa, foss'anche una lattina di Coca-cola di Aldebaran, è quel che suggeriscono di cercare due eminenti scienziati attraverso l'analisi delle foto della superficie lunare raccolte nel corso degli anni dal potentissimo mirino del Lunar Reconaissance Orbiter, la sonda NASA in orbita intorno al nostro satellite naturale dal 2009.

In cerca del monolite nero - Il primo è Paul Davies, astrofisico che non ha bisogno di molte presentazioni, vista la mole di libri divulgativi di grandissimo successo pubblicati anche in Italia, e la lunga attività nel campo della ricerca di vita extraterrestre; il secondo è Robert Wagner, giovane ricercatore della School of Earth and Space Exploration dell'Università dell'Arizona. La loro proposta è stata pubblicata sugli Acta Astronautica, la principale rivista americana dedicata allo spazio. «Sebbene ci sia solo una minuscola probabilità che tecnologia aliena abbia lasciato tracce sulla Luna sotto forma di artefatti o modifiche alla struttura lunare superficiale, questa location ha il pregio di essere vicina e di preservare eventuali tracce per una durata immensa», sostengono i due scienziati. Ma poiché la scansione delle immagini in cerca di eventuali tracce extraterrestri non richiede costi, se non in termine di tempo impiegato, anche la minima probabilità dovrebbe essere presa in considerazione.

Il vantaggio offerto dalla Luna è evidente. La Luna è un corpo geologicamente morto, ed essendo priva di atmosfera può preservare per un lunghissimo lasso di tempo qualsiasi tracce lasciata da fattori esterni. Le impronte degli astronauti delle diverse missioni Apollo succedutesi tra il 1969 e il 1972 sono ancora lì, così come i segni dei cingolati dei rover guidati dagli astronauti sulla superficie lunare. Il sismografo montato nella missione Apollo 12 ha verificato che per ogni 350 chilometri quadrati avviene in media un impatto di asteroide della grandezza di un acino d'uva ogni mese: e questo è l'unico tipo di evento che può modificare la superficie lunare. L'epoca dei grandi impatti meteorici che hanno segnato per sempre la faccia della Luna è da tempo finita. Secondo le stime di Davies e Wagner, occorrerebbero alcune centinaia di milioni di anni per sotterrare sotto la polvere e la sabbia sollevata da questi impatti un oggetto della grandezza di una decina di metri.

Un archivio fotografico lunare - L'idea è di utilizzare per la ricerca le foto acquisite del Lunar Reconnaissance Orbiter della NASA, che ha fino a oggi mappata circa un quarto della superficie della Luna ad alta risoluzione. Tra queste immagini sono già state tirate fuori quelle che mostrano, per esempio, i siti degli allunaggi dell'Apollo e tutti i pezzi di rover e satelliti precipitati inviati dagli americani e dai sovietici nel corso degli anni. Sono circa 340.000 le immagini rese pubbliche dalla NASA, una cifra destinata a crescere fino a raggiungere il milione quando sarà stata mappata l'intera superficie, intorno al 2014. «Dati i numeri, è ovvio che una ricerca manuale da parte di un piccolo gruppo è senza speranze», riconoscono gli studiosi. Una soluzione potrebbe venire dall'informatica. Wagner, che è anche un esperto informatico, sta lavorando a un software capace di effettuare una scansione delle immagini e di individuare, tramite appositi algoritmi, tracce di strutture che possono suscitare qualche sospetto sulla loro natura: pannelli solari o contorni di edifici, per fare qualche fantasioso esempio. Roba del genere resterebbe visibile per milioni di anni dopo la loro costruzione, grazie ai lentissimi mutamenti morfologici della Luna.

Altrimenti, non resta che affidarsi a soluzioni del tipo SETI@home: così si chiama il celebre programma che, per abbattere i costi, distribuisce a decina di migliaia di utenti in tutto il mondo «pacchetti» di dati acquisiti dai radiotelescopi, lasciando ai loro calcolatori l'onere di analizzarli in cerca di segnali di possibile origine intelligente. Tramite SETI@home è stato possibile far sopravvivere il celebre progetto di ricerca di radiosegnali prodotti da civiltà extraterrestri, costretto a fare periodicamente i conti con tagli di fondi: oggi si basa esclusivamente su sovvenzioni e donazioni dei privati. Analogamente, si potrebbero inviare a decine di migliaia di utenti pacchetti di immagini da analizzare con i propri occhi. I rischi, in questo caso, non sono pochi: qualcosa di importante potrebbe sfuggire (anche se ciascuna immagine verrebbe inviata in copia a non meno di un centinaio di persone, per sicurezza), ma soprattutto, affidandosi ad «amatori», è forte il rischio contrario. Che qualcuno, cioè, veda qualcosa che non c'è. I casi di presunti avvistamenti su Marte hanno fatto scuola. Sulla superficie marziana, analizzando le immagini - spesso a bassa risoluzione - acquisite dalle diverse spedizioni di sonde, la gente ha visto di tutto: piramidi, sfingi, facce umane, statue, edifici, basi militari e chi più ne ha più ne metta. È vero che il suolo lunare offre assai meno appigli alla fantasia. Ma se l'immaginazione umana è capace di scorgere forme singolari anche nelle nuvole, il rischio di prendere fischi per fiaschi è notevole.

Cosa cercare sulla Luna - Ma cosa cercare, esattamente? L'artefatto più semplice, spiegano i due scienziati, sarebbe probabilmente un messaggio lasciato intenzionalmente. Non tanto una grossa scritta del tipo «Ehi, siamo qui» che possiamo leggere dal cielo, quanto una capsula costruita in un materiale altamente resistente, apribile da una qualsiasi forma di vita intelligente e abbandonata magari in uno dei crateri più recenti, come il grande cratere Tycho, sugli altipiani meridionali della Luna. Messaggi pensati per durare più a lungo potrebbero essere stati sepolti in profondità, ma collegati a trasmettitori capaci di penetrare la superficie lunare: un po' come una «X» su una mappa del tesoro, per indicare il punto dove scavare. Ancora meglio, intelligenze extraterrestri potrebbero aver installato sulla Luna, in tempi remoti, delle vere e proprie basi, magari sfruttando i tunnel di lava ancora esistenti sotto le pianure di basalto. Si tratta di habitat ideali, perché offrono un ottimo riparo dalle radiazioni cosmiche che sulla Luna non vengono bloccate dall'atmosfera, di fatto inesistente. Eventuali colonie lunari passate o future dovrebbero tenere conto del riparo che questi tunnel, presenti sulla Luna come su qualsiasi corpo celeste che abbia avuto attività vulcanica, posso offrire.

In realtà, ci basterebbe anche trovare tracce di spazzatura aliena. Certo, se gli extraterrestri sono soltanto un po' più intelligenti di noi, avranno avuto il buon gusto di non lasciare pessimi ricordini sui pianeti visitati. Da tempo, le agenzie spaziali mondiali adottano un principio di non contaminazione, in base al quale qualsiasi visita umana e non umana su corpi celesti esterni alla Terra deve essere quanto meno possibile «impattante». Le sonde che scendono sui pianeti devono essere sterilizzate per evitare di invadere con microrganismi terrestri potenziali ecosistemi autoctoni. Una futura missione umana su Marte avrà cura di non lasciare in giro cartacce o lattine di birra. Tuttavia, qualcosa deve pur sempre rimanere. Non possiamo portarci a casa i rover marziani o lunari, per dirne una, cosicché quando la loro missione è finita essi restano lì, immobili. Se una sonda aliena avesse visitato la Luna, potrebbe essere rimasta abbandonata sulla sua superficie. È vero che il nostro satellite è piccolo e privo di nascondigli significativi; ma trovare una di queste tracce è come cercare un ago in un pagliaio. Ciò nonostante, qualcosa sarà tentato: sarebbe davvero comodo trovare un segno di vita extraterrestre dietro l'angolo, anche se magari gli alieni erano giunti solo in visita cento milioni di anni fa per un pic-nic con vista sulla Terra.

I cambiamenti climatici 'cambieranno i connotati' di almeno meta' delle aree della Terra

(ANSA) - ROMA, 16 DIC - I cambiamenti climatici 'cambieranno i connotati' di almeno meta' delle aree della Terra coperte da vegetazione, provocando la conversione del 40% degli ecosistemi in un'altra forma, ad esempio da foresta a tundra, o da prateria a deserto. Lo afferma uno studio del Jet Propulsion Laboratory della Nasa, pubblicato dalla rivista Climatic Change.

I ricercatori hanno elaborato un modello che tiene conto di quali piante si adattano ad ogni tipo di clima, adattandolo alle proiezioni dell'Ipcc sulle variazioni di temperatura e piovosita' previste per i prossimi decenni. Il risultato e' stato una mappa delle aree sensibili del pianeta, da cui emerge che quasi tutte le aree del mondo dovranno affrontare cambiamenti in almeno il 30% della vegetazione, e soprattutto l'emisfero nord dovra' affrontare le modifiche agli ecosistemi piu' radicali: ''Lo studio introduce un nuovo modo di guardare ai cambiamenti climatici - spiega Jon Bergengren, uno degli autori - anche se gli allarmi sui ghiacciai che si sciolgono o sul livello del mare che sale sono importanti, sono le conseguenze sugli ecosistemi quelle piu' importanti''.

Un esempio di quello che puo' succedere lo ha trovato un altro studio, stavolta di Lisa Oberg della Mid Sweden University, pubblicato dalla rivista Landscape. La ricercatrice ha trovato in alcuni siti di montagna in Svezia una volta coperti da ghiacciai ora sciolti dei fossili di betulle e pini risalenti a 4400 anni fa: ''All'epoca la temperatura era di 3,5 gradi piu' alta che adesso - spiega - una condizione che potrebbe ripetersi in un futuro prossimo''.(ANSA).



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Progetto dell'UE per salvare satelliti dalle tempeste solari

Il progetto Transmit (Training Research and Applications Network to Support the Mitigation of Ionospheric Threats), finanziato dalla Commissione Europea con circa 4 milioni nell'ambito del settimo programma quadro della ricerca, ha come obiettivo formare giovani ricercatori dei sistemi globali di navigazione satellitare.


Le minacce più comuni ai sistemi di navigazione satellitare sono i disturbi esercitati dall'atmosfera terrestre sui segnali satellitari che la attraversano, la cui probabilità aumenta quando il Sole è particolarmente attivo e il flusso di particelle cariche (vento solare) particolarmente intenso. Mentre si avvicina il prossimo massimo di attività solare, previsto nel 2013, una rete di università e istituti di ricerca europei, coordinata dall'università britannica di Nottingham e alla quale l'Italia partecipa con l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), ha unito le forze nel progetto Transmit.

Lo scopo è duplice: l'alta formazione di 16 giovani ricercatori in questo campo, distribuiti tra i vari partner del progetto, e sviluppare un prototipo di servizio per il monitoraggio delle perturbazioni ionosferiche e lo sviluppo di modelli e procedure per la mitigazione dei loro effetti dannosi sui segnali satellitari. Per l'Italia le ricerche in questo campo sono condotte presso l'Ingv, nella sezione di geomagnetismo, aeronomia e geofisica ambientale di Roma, dove Eleftherios Plakidis, ricercatore con cinque anni di esperienza presso l'universita' di Birmingham, si occupera' per i prossimi due anni di provvedere alla strategia da adottare nel trattamento dei dati osservazionali per lo sviluppo del prototipo di servizio per Transmit.
http://www.antikitera.net/news.asp?id=11144&T=3


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Nigeria: una nuova catastrofe ecologica in mare


Martedì 27 Dicembre 2011 12:47 Scritto da Verdiana Amorosi

Ci risiamo: una nuova macchia di petrolio sta devastando gli oceani e in particolare la costa nigeriana del Golfo di Guinea, a circa 75 miglia al largo del Delta del Niger. La causa risiede nella rottura di un impianto della Shell, avvenuta sette giorni fa, e secondo le stime si tratterebbe della marea nera più grave registrata nella zona.

L’incidente, che secondo le cifre della Shell ha causato lo sversamento in mare di 40.000 barili di petrolio, è avvenuto il 20 dicembre scorso durante alcune operazioni di routine per il trasferimento del greggio da una piattaforma di stoccaggio offshore ad una petroliera. Durante una di queste fasi, qualcosa è andato storto: gli operai hanno registrato una fuga e i dirigenti della Shell Nigeria exploration and production company (Snepco), una delle filiali della multinazionale anglo-olandese in Nigeria, per tamponare ed evitare il peggio, hanno subito ordinato la chiusura del flusso di petrolio.

Il responsabile di Shell Nigeria, Mutiu Sunmonu, ha fatto pubblicamente le sue scuse ed ha assicurato – attraverso un comunicato stampa - che la marea nera sarà bonificata rapidamente: “La Shell Petroleum Development Company della Nigeria Limited si impegna a ridurre l’impatto della perdita di petrolio sull’ambiente e a rimuovere il prima possibile il greggio già sversato in mare”.

Fortemente preoccupata, naturalmente, la popolazione locale, in particolare i pescatori del Delta del Niger, specie dopo la diffusione dei dati provenienti dalle immagini satellitari fornite dal monitoraggio indipendente Skytruth: la macchia nera si estende per una lunghezza di 70 km e attualmente occupa 923 km quadrati. Ciò vuol dire che la pesca dell’intera zona – e quindi di gran parte dell’economia locale che si basa sostanzialmente sull’attività ittica – rischia di essere compromessa in modo irreversibile.

Secondo la Shell invece, la marea mostrata dalle immagini satellitari si sta riducendo progressivamente: “da martedì, quando siamo venuti a conoscenza di questa perdita presso la nostra offshore di Bonga, sono stati fatti notevoli progressi per mitigarne le conseguenze. L'iridescenza si è assottigliata notevolmente grazie ad una combinazione di fattori naturali e all'applicazione disperdente, e in alcuni punti frazionata, che dovrebbero aiutare ulteriormente la sua dispersione. Un altro sviluppo significativo è che ieri pomeriggio abbiamo identificato la fonte dello sversamento in una falla”.

In realtà, proprio come avvenuto per la marea nera del Golfo del Messico, i dati forniti dalla Shell sembrerebbero troppo ottimisti. Secondo Nnimmo Bassey, direttore di Environmental rights action, una Ong con sede a Lagos, le cifre comunicate dalla multinazionale non sono credibili: “la Shell dice che si sono sversati 40.000 barili e che la produzione è stata chiusa, ma noi non ci fidiamo di loro, perché gli incidenti del passato dimostrano che l'azienda nasconde costantemente le quantità e gli effetti della sua negligenza. Abbiamo allertato i pescatori e le comunità costiere perché si guardino in giro. Questo si aggiunge semplicemente alla lista delle atrocità ambientali della Shell nel delta del Niger”.

Insomma, anche da quello che emerge dagli ultimi studi sull’inquinamento dell'Ogoniland, nel Delta del Niger, la posizione della Shell non è delle migliori e l’incidente del 20 dicembre è solo la punta dell’iceberg e alcuni ambientalisti sostengono che la Shell in 50 anni di produzione in Nigeria avrebbe versato in mare più di 550 milioni di galloni, un tasso paragonabili a un disastro della Exxon Valdez all'anno.
Negli ultimi anni infatti, la compagnia petrolifera ha provocato ingenti danni all'acqua, al suolo e all'aria e dovrà realizzare la più grande opera di bonifica mai attuata al mondo, che potrebbe richiedere 30 anni ed un miliardo di dollari. E sempre a suo carico c’è un altro sversamento avvenuto nel 2008, nella regione di Bodo, ma la compagnia deve ancora pagare i risarcimenti.

Ma non è tutto, perché la Shell attribuisce gran parte degli incidenti agli attacchi dei guerriglieri locali che cercano di sabotare le infrastrutture. In realtà, secondo quanto emerge dai dati delle ONG e dalle comunità del Delta, i guasti e i deterioramenti delle piattaforme petrolifere presenti nella zona sono molto più frequenti di quanto la multinazionale sia disposta ad ammettere…

Scoperti su Plutone i mattoni della vita!

Potenziali mattoncini della vita, ovvero molecole complesse di carbonio e azoto, potrebbero trovarsi in quell’angolo sperduto del Sistema solare che è la superficie gelida di Plutone. A dirlo sono alcuni ricercatori del Southwest Reserach Intitute di Boulder, in Colorado, e della Nebraska Wesleyan University sulle pagine dell' Astronomical Journal, basandosi sulle ultime osservazioni del telescopio spaziale Hubble. Lo studio mostra quanto ancora ci sia da scoprire su Plutone, sebbene abbia perso la sua dignità di pianeta nel 2006, e cresce l’aspettativa per la missione New Horizon della Nasa, prevista per il 2015.


Che sul lontanissimo pianeta nano alberghi uno strato superficiale di metano ghiacciato e altri composti glaciali (come monossido di carbonio) è fatto noto da tempo agli scienziati, ma questa è la prima volta che i ricercatori trovano indizi sulla possibile presenza di altri idrocarburi, più complessi, o di composti di azoto. A suggerire questa ipotesi è stata l’osservazione, grazie a Hubble, dell’assorbimento della luce ultravioletta che colpisce la superficie di Plutone, di cui potrebbero essere responsabili proprio queste molecole. Secondo gli studiosi, potrebbero essere il frutto delle reazioni tra la debole luce solare che raggiunge Plutone o tra i raggi cosmici con il metano e il monossido di carbonio ghiacciato presenti sul corpo celeste.

“È una scoperta molto eccitante, perché queste molecole complesse potrebbero anche essere le responsabili delle variazioni di colore della superficie di Plutone, che tende sempre di più al rosso”, ha raccontato Alan Stern del SwRI, coautore della ricerca.

Il team ha scoperto l’assorbimento grazie al Cosmic Origins, il nuovo spettrografo installato a bordo del telescopio spaziale durante l’ultima missione di servizio, nel 2009. Durante le misurazioni, portate a termine nel 2010, il team ha anche osservato un cambiamento nello spettro ultravioletto di Plutone rispetto agli ultimi rilevamenti, effettuati negli anni Novanta. Questo potrebbe indicare che la superficie del pianeta nano stia cambiando o che vi è stato un aumento della sua pressione atmosferica.
http://www.galileonet.it/articles/4ef42fee72b7ab149500004f


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