5 aprile 2017

Il "Déjà vu", «Il déjà vu è un errore di Matrix. Succede quando loro cambiano qualcosa».


di Christian Giordano
Nel film Matrix quando i protagonisti entrano nel palazzo in cui è stata tesa loro una trappola, Neo afferma di avere la sensazione di aver già visto la stessa scena, e Trinity, allarmata, gli spiega: «Il déjà vu è un errore di Matrix. Succede quando loro cambiano qualcosa».

All’interno della filosofia di Matrix, questa tesi è molto affascinante. Ma che cosa provoca la sensazione di aver già vissuto una situazione? Per capire il fenomeno del “déjà vu” o del “déjà vécu” (già visto – già vissuto), è necessario dare uno sguardo a come funziona il nostro “sistema di riconoscimento”. Noi tutti, infatti, siamo in grado di riconoscere alcuni oggetti, luoghi e persone come familiari, altri come estranei. In base a cosa avviene questa discriminazione? Due patologie nelle quali il sistema di riconoscimento fallisce, possono aiutarci a capire meglio come funziona l’attribuzione di familiarità o estraneità.
Prosopagnosia e Sindrome di Capgras

Iniziamo con la ‘Prosopagnosia’. Questa patologia consiste nell’incapacità di riconoscere i volti, anche quelli dei propri figli o dei colleghi di lavoro. Tutto il resto funziona correttamente: “so come si chiama mio fratello, quanto è alto, quali cibi preferisce e quale musica ascolta. Se mi chiama al telefono riconosco la sua voce. Ma se lo incontro per strada non riesco ad associare il suo volto a nessuna informazione che lo riguarda. È un estraneo”. Questo problema sembra che sia un problema legato al giro fusiforme, un gruppo di neuroni deputati al riconoscimento dei volti.

L’altro disturbo è la ‘Sindrome di Capgras’. Chi ne soffre non solo non è capace di riconoscere i volti familiari, ma neppure riesce a recuperare dalla propria memoria la componente affettiva che li riguarda: “vedo mia madre e penso che sì… quella donna somiglia moltissimo a mia madre. Anzi è identica. Ma non è lei. Deve essere un sosia”. Perché il paziente che ha la Sindrome di Capgras arriva a questa conclusione così assurda e improbabile? Perché vedere la madre non gli suscita alcun sentimento. In questo caso si ipotizza che il problema sia dovuto ad un problema nel collegamento tra il giro fusiforme (riconoscimento dei volti) el’amigdala (memoria emotiva).


Il viaggio nel tempo

Per riconoscere qualcosa come familiare c’è bisogno, quindi, di un corretto collegamento tra i luoghi del cervello in cui sono immagazzinate le diverse componenti del ricordo (memoria tampone). C’è però un elemento chiave nel fenomeno del déjà vu e del sistema di riconoscimento in generale, ed è il tempo. Ogni volta che ricordiamo, infatti, facciamo un viaggio nel tempo, dice il neuropsicologo Siegel. In termini tecnici, si parla di collocazione spazio-temporale. Quando noi ricordiamo qualcosa, collochiamo il ricordo in coordinate temporali (stamattina, ieri, un mese fa, dieci anni fa…) e spaziali (è avvenuto a Londra, a Milano, all’aperto, a casa di amici…).

È interessante un’altra frase di Matrix: «Hai mai fatto un sogno talmente reale da sembrarti vero? E se da questo sogno non dovessi svegliarti mai più? Come potresti distinguere il mondo dei sogni da quello della realtà?». Già. Se non potessimo distinguere tra ciò che è avvenuto nel passato rispetto a ciò che avviene nel presente, come faremmo? Certo, a volte ci capita di non ricordare esattamente dove ci trovavamo quando abbiamo saputo una certa cosa o in che anno è avvenuto un determinato fatto. Nel déjà vu e nel déjà vecu avviene esattamente questo. Abbiamo una sensazione di incertezza di aver davvero mai visto o vissuto quella situazione, ma siamo comunque consapevoli che quel fatto è accaduto nel passato.
I flashback

Ci sono persone, invece, che vivono il passato come se fosse presente. Chi soffre di ‘Disturbo da stress post-traumatico’, ad esempio, ha spesso dei flashback. Il flaskback è un po’ come un incubo da svegli: si ha la precisa sensazione di rivivere l’evento traumatico non come un “ricordo” ma come se si fosse lì, come se si fosse tornati indietro con una macchina del tempo. Anche nella amnesia globale o in quella retrograda e nell’epilessia (disturbi spesso dovuti alla scarsa irrorazione sanguigna del cervello), avviene che per alcuni minuti o anche per giorni, la persona rivive il passato, come se, ad esempio, gli ultimi 20 anni non fossero mai accaduti. La collocazione spazio-temporale del ricordo, è gestita dall’ippocampo, un agglomerato di neuroni che è fondamentale anche per la codificazione e il richiamo dei ricordi.

Credo ora sia più semplice spiegarsi cosa avviene quando abbiamo la sensazione di avere già visto una persona, una strada, un edificio o vissuto un determinato episodio che ci sta accadendo. La componente che si attiva maggiormente è quella emotiva (al contrario della Sindrome di Capgras): “sentiamo” che ciò che stiamo vivendo ci è familiare. Come mai?

Le ipotesi sono molte. Ad esempio:

– Come per i traumatizzati che vivono un flashback, uno stimolo presente nella scena che stiamo vivendo (un odore, un colore, il gesto di una persona, un suono…) riattiva la rete neurale legata ad un ricordo in modo situazionale (Situationally Accessible Memory), ma la riattiva in modo troppo debole per richiamare l’intero ricordo.

– Abbiamo effettivamente visto quella persona, quell’edificio o quella strada, ma non lo sappiamo. In altre parole, abbiamo registrato un evento, ma senza sapere di averlo registrato. Magari è una persona che abbiamo visto in tv mentre facevamo altro, o uno che stava sullo sfondo nelle foto del matrimonio di un amico etc. Il cervello, infatti, non processa consapevolmente tutti gli stimoli, altrimenti impazziremmo. Quelli che fanno da figura li porta alla consapevolezza, quelli che fanno da sfondo li registra in modo implicito.

– La situazione può anche essere stata vissuta nel sogno: il sonno è uno dei processi fondamentali per il consolidamento della memoria. Il fatto di cui abbiamo un déjà vu o un déjà vécu, potrebbe essere stato già “simulato” durante le fasi REM del sonno. Secondo il modello del neuroscienziato Jean-Pierre Changeux, infatti, il nostro cervello opera essenzialmente due processi: la simulazione e il test della realtà. In pratica, il nostro sistema nervoso prova diverse soluzioni, scarta quelle che ritiene poco adattive e ci offre quella migliore, un po’ come avviene nella selezione naturale.

È affascinante pensare che un fenomeno così semplice come il déjà vu ci apra una finestra sul complessissimo funzionamento del nostro sistema nervoso. È affascinante e anche molto utile, perché più conosciamo noi stessi, più siamo liberi dalla “matrix”.

Articolo di Christian Giordano

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