12 ottobre 2016

Il latte fa bene? Non con la somatotropina (ormone prodotto da Monsanto)


Risultati immagini per Il latte fa bene? Non con la somatotropinaNegli USA, per aumentare la produzione di latte, viene somministrato ai bovini un ormone geneticamente modificato proprietà di Monsanto: danni sugli animale e rischi per la salute unama 
Gran parte della produzione industriale di latte negli Stati uniti e in Messico utilizza un ormone per l’accrescimento del bovino chiamto rBGH – copia geneticamente modificata della somatotropina, ormone della crescita naturalmente prodotto dall’organismo animale -, proprietà della Monsanto e brevettatocome somato-tropina bovina o Bst (nella sua sigla in inglese).Viene iniettato nelle mucche perché producano il doppio della quantità di latte, ma gli effetti sulla salute del bestiame è devastante e può avere conseguenze anche su chi quel latte e i suoi derivati consuma 

Questo perché il Bst provoca l’aumento nel latte del livello di un altro ormone, l’Igf-1 (Fattore di crescita insulino 1), conosciuto con il nome di somatomedina e che riveste, nei processi di crescita del bambino, un ruolo importantissimo mantenendo i suoi effetti anabolici anche in età adulta. 


Studi recenti – alla cui elaborazione ha partecipato anche il dottor Michael Hansen, dirigente dell’Unione dei consumatori statunitensi – hanno dimostrato che l’aumento insolito di questo secondo ormone è correlato con l’aumento dello sviluppo di cancro al seno, alla prostata e al colon. Per Hansen, le mucche che ricevono l’rBGH, la somatotropina, sono soggette a un aumento significativo di patologie, tra cui mastiti e problemi di gestazione. Gli animali soffrono moltissimo e il latte contiene resti di antibiotici, pus e sangue a causa delle continue malattie e dei conseguenti trattamenti farmacologici. Quei residui provocano una maggiore resistenza agli antibiotici nei batteri che albergano nello stomaco e intestino di chi consuma il latte (e derivati) prodotto dalle mucche trattate. L’utilizzo del rBGH è proibito in Europa, Canada, Giappone, Nuova Zelanda e Australia, ma il suo utilizzo commerciale è consentito in Usa, Messico, centro e sud America, paesi che hanno ritenuto attendibili gli studi propinati dalla stessa Monsanto. 

L’ormone per la crescita dei bovini è in circolazione negli Usa dal 1993 e, già all’epoca, la procedura per l’approvazione del suo utilizzo era stata costellata da irregolarità e segnali di relazioni sospette tra Monsanto e funzionari della Fda (Food and drug administration), l’ente del governo federale americano per il controllo sui cibi e sui farmaci, che però autorizzò la commercializzazione del rBGH e del latte prodotto da mucche con esso trattate. Nelle relazioni presentate dalla Monsanto alla Fda si dava conto del fatto che il bestiame si ammalava più spesso e che nel latte delle mucche trattate con rBGH si riscontrava un aumento significativo dell’ormone IGF-1. Ma nelle conclusioni la company escludeva che questo avrebbe potuto avere un impatto negativo sulla salute umana. Monsanto non è certo nuova a questo tipo di manipolazioni, lo ha fatto anche con altri studi che, attraverso test su topi di laboratorio, dovevano indicare l’eventuale tossicità di alcune varietà di patate e mais geneticamente modificate: nonostante gli evidenti risultati di pericolosità, in conclusione finiva sempre per considerarli non «importanti» per la salute umana, mentre revisioni ulteriori degli studi da parte di ricercatori indipendenti hanno sempre dimostrato il contrario. 

Grazie proprio al lavoro di ricercatori indipendenti, i consumatori statunitensi sembrano cominciare a prendere coscienza dell’importanza della qualità degli alimenti che finiscono nei loro piatti e cominciano a chiedere più chiarezza. Dopo la divulgazione delle informazioni che dimostrano i rischi dell’ormone rBGH, alcune catene di supermercati come Kroger e Safeway, e gli Starbucks coffee, di fronte al calo delle vendite, hanno cominciato a promettere e garantire ai propri clienti di non commercializzare latte con ormoni artificiali. Non è poco, ma purtroppo bisogna credergli sulla parola, visto che negli Stati uniti non esistono etichettature che rendano noto al consumatore se un prodotto contenga o meno ormoni, organismi geneticamente modificati o altro. 

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