2 gennaio 2016

PERICOLO VACCINI: Troppe morti anche tra i militari, ecco come difendersi.


Il Tar del Friuli e la Corte d’appello di Lecce riconoscono le responsabilità dei ministeri della Difesa e della Salute nei casi di morti sospette denunciati da un’inchiesta di Repubblica. L’avvocato: “Ora devono ammettere che si tratta di una malattia professionale”.


Spesso la giustizia arriva tardi, a volte impiega anni a ripercorrere le linee, i fili, le rotte che portano a ciò che è accaduto. La speranza riaccesa per Andrea, padre sopravvissuto, è un numero: 308-2014.

E’ la sentenza del Tar del Friuli Venezia Giulia che impone al ministero della Difesa di riesaminare la richiesta fatta (e prima rigettata) di considerare una “vittima del dovere” suo figlio Francesco Rinaldelli, morto a 20 anni per un cancro dopo una serie di vaccini troppo numerosi e ravvicinati.

Ma non è tutto, perché negli stessi giorni la Corte d’appello di Lecce ha condannato il ministero della Salute in appello a risarcire la famiglia di Fabio, anche lui militare morto per leucemia dopo un bombardamento di vaccini. Fabio si è spento nel 2002, Francesco nel 2008. Da quel momento è iniziata una battaglia legale infinita per veder riconosciute le responsabilità di chi ha causato a loro e ad almeno altri 2800 ragazzi un abbassamento delle difese immunitarie da risultare letale.

Finita la licenza, quando uscì di casa con lo zaino sulle spalle, sul pianerottolo, davanti all’ascensore, tornò un momento indietro, abbracciò la madre: “Mamma senti, fatti capace perché andrò sempre più su, più lontano”. Lei pensò al Veneto o al Friuli, ben distanti dal Salento, con le mani sottili gli strinse le braccia, lui che era di poche smancerie, con quella faccia seria e gli occhi scuri. Non sapeva che era l’ultima volta che ci parlava. “Poi ti capita di ripensarci, e unisci le frasi per formare una linea, e alla fine pensi che una parte profonda di lui forse sapeva che stava morendo e che “su” non era il nord” racconta lei, un fiume in piena, una voce limpida per raccontare fino a notte fonda tutti i dettagli migliori di quel figlio di cui non si è perso neanche un piccolo ricordo.

Si chiamava Fabio (la famiglia preferisce non si diffonda il cognome) classe 1981 ed è morto di leucemia a 20 anni. Sulla sua scheda sono segnati 14 vaccini in un solo giorno. La sua famiglia ha appena vinto in appello la causa contro il ministero della Salute ora condannato a un indennizzo che supera i 220 mila euro. Anche il ministero della Difesa dovrà risarcirgli il danno fatto da medici inadeguati, incompetenti o forse solo negligenti, ma manca ancora l’ultimo pronunciamento della Cassazione.

Dopo anni di ricerche, negazioni, omertà, arrivano ora le prime condanne. Il riconoscimento ad alcune famiglie che hanno sostenuto quello che dicono diversi medici e importanti studi scientifici: fare dieci, dodici, quattordici vaccini in un giorno significa far correre un rischio mortale a una persona, con grandi probabilità di mandare in tilt il suo sistema immunitario. Due di queste sono state seguite dall’avvocato Francesco Terruli, il primo ad aver vinto due cause su questo argomento su cui prima incombeva il marchio: “Non è dimostrato il nesso di causalità”.

Ora questo nesso è invece chiaro e inequivocabile. Il velo è stato squarciato. Testimoniato da studi di importanti università come il Progetto Signum e sorretto da luminari di fama internazionale come Giulio Tarro o Antonio Giordano. I vaccini sono importanti e utili ma non sono acqua fresca e se usati male possono produrre danni gravissimi. Nel 2001 Giordano faceva la più importante scoperta della sua vita, il gene RB2/p130 poteva inibire lo sviluppo dei tumori, ma contemporaneamente iniziò a scoprire anche che cosa li provocava maggiormente.

L’11 settembre, mentre dall’altra parte del mondo la storia seguiva la rotta forzata dell’aereo che si avvicinava alle torri gemelle, Fabio stava lavorando, era in servizio. Un rigagnolo di sangue gli scese dal naso lungo il viso. Da qualche giorno succedeva spesso. Per i medici nulla di cui preoccuparsi. Era stanco l’ultima sera che fece la guardia, il 22 settembre e chiuse gli occhi.

Lo stesso 11 settembre 2001, Francesco Rinaldelli, classe 1983, faceva il bagnino ma coltivava il sogno di arruolarsi. Poi iniziarono le prove, gli ordini, i vaccini e dopo ancora quella stanchezza che non andava più via e infine una lunga agonia in ospedale. Dopo ricerche, studi, risposte mai arrivate e speranze deluse, ora il Tar del Friuli per la prima volta ha messo in discussione la decisione del ministero della Difesa di rifiutare lo status di “vittima del dovere” a un militare morto per i vaccini.

La famiglia di Francesco è seguita dagli avvocati Giorgio Carta e Giuseppe Piscitelli. “La svolta – spiega Carta – sarebbe nell’ammettere la sistematicità di quella che ormai è evidente come malattia professionale. Questo è molto diverso dal ritenere e risarcire i singoli casi trattandoli come incidenti isolati.” “Ora dovranno risponderci e darci delle spiegazioni – aggiunge Andrea, il padre di Francesco – Non potranno più far finta che non esistano le evidenze scientifiche ormai conosciute da tutti. Un altro passo importante è stato fatto verso la trasparenza, verso la giustizia, so che niente ancora è stato deciso, ma l’atteggiamento, le

note del giudice del Tar di Trieste sono insindacabili. Sono importanti perché possono aprire una breccia talmente grande che mai l’amministrazione della Difesa potrà chiudere. Dico possono, perché le risorse del Ministero, o forse e meglio dire, di alcuni membri dello stesso Ministero, sono infinite. Dico alcuni membri perché sono sicuro che molti altri invece, avendo compreso la gravità di tutto questo, vorrebbero vederne una giusta fine”. (fonte)

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