27 giugno 2016

Cina: la persecuzione contro il Falun Gong, una disciplina spirituale che insegna i principi di Verità, Compassione e Tolleranza








Dal 1999 è in atto la persecuzione
dei praticanti della disciplina spirituale “Falung Gong” in Cina

Articolo di Davide Giannotti:

Il 20 luglio del 1999 Jiang Zemin ha lanciato in Cina la persecuzione contro il Falun Gong, una disciplina spirituale che insegna i principi di Verità, Compassione e Tolleranza. Da 16 anni i praticanti del Falun Gong, o Falun Dafa, rischiano l’arresto, il lavoro forzato, le torture e il prelievo forzato di organi…

Secondo il Falun Dafa Information Center sono morte 3800 persone, ma il numero reale potrebbe essere molto più grande. Abbiamo raccolto la testimonianza di L.X., una praticante del Falun Gongche ha subito la persecuzione e che è fuggita dalla Cina qualche anno fa. Ora è residente in Italia.

Come hai conosciuto la pratica del Falun Gong?

«Nel marzo del 1997 nella mia università.

Ho visto un poster in cui c’era scritto:

Nove giorni d’insegnamento della Falun Dafa [diffuso tramite videoregistrazione, ndr]. Ero curiosa di sapere cosa fosse. Poi, con una mia compagna di università, abbiamo partecipato.

Durante la prima lezione facevo fatica a comprendere, e non sapevo se restare ma avevo la sensazione di aver già visto il Maestro, era molto familiare. Dopo aver ascoltato gli insegnamenti abbiamo fatto gli esercizi seguendo il video, in università c’erano tanti studenti che avevano partecipato. Era una situazione molto piacevole, c’erano praticanti che praticavano da tempo che erano molto amichevoli e ci aiutavano. Ho pensato che il Falun Gong fosse qualcosa di speciale.

«Con il tempo ho compreso che gli insegnamenti servivano davvero a migliorare una persona. “Guardarsi dentro”, è una frase semplice, ma magica, perché ho potuto risolvere tanti problemi e sentirmi leggera come mai, ero più felice».

E poi cos’è successo?

«Dopo essermi laureata ho iniziato a lavorare.
Lavoravo tanto quindi non avevo tempo per informarmi.

Il 20 luglio del 1999 è iniziata la persecuzione e io non lo sapevo.
Il giorno dopo il mio capo è arrivato da me con un’espressione preoccupata, io gli ho chiesto:“Perché mi guardi così?” E lui mi ha detto: “Adesso il Falun Gong è vietato dal Partito Comunista Cinese (Pcc), non hai letto il giornale?”

Tutti i miei colleghi sapevano che praticavo il Falun Gong, sapevano che seguivo i principi di Verità, Compassione e Tolleranza, sapevano che un praticante del Falun Gong è buono. Anche il mio capo si fidava molto di me: se c’era un lavoro importante da fare, chiedeva sempre a me. Così lui mi ha detto: “Se il Pcc vuole fare qualcosa contro il Falun Gong, io starò dalla tua parte”.

Sentita la notizia, pensavo non fosse vero, perché io sapevo che il Falun Gong è buono. Una mia collega mi ha detto che questa persecuzione sembrava quella fatta ai cristiani tanto tempo fa».

Dopo l’inizio della persecuzione del Falun Gong, sei stata arrestata?

«Si, nel dicembre del 1999 sono andata nella città di Guangzhou – ero solita andare lì durante i weekend per vedermi con altri praticanti – ho incontrato altri praticanti al parco per mangiare assieme e condividere i nostri pensieri, e poco dopo è arrivata la polizia e ci ha arrestato con l’accusa di “disturbo all’ordine sociale”».

Dove sei stata rinchiusa?

«Sono stata portata nel centro di detenzione Tianhe di Guangzhou».

C’erano altri praticanti con te? In che condizioni stavate?


«Sì, se ricordo bene eravamo più o meno 30 nella stanza, di cui otto erano praticanti del Falun Gong.
Lì dentro mangiavamo, dormivamo e lavoravamo: facevamo dei fiori essiccati e di plastica, destinati all’esportazione. Le mie mani erano spesso sanguinanti per le piccole ferite a causa delle spine. Ogni giorno ricevevamo solo due pasti, con riso bollito nell’acqua con della sabbia, e delle verdure marce lesse, senza sale.


«Io e alcuni praticanti ci alzavamo presto per praticare gli esercizi, e alcuni sono stati ammanettati e picchiati. Abbiamo fatto lo sciopero della fame per protestare contro la persecuzione. In risposta un ufficiale poliziotto, molto vile, ha condotto l’alimentazione forzata con l’aiuto di alcuni detenuti criminali maschi. Essi tenevano fermi le mani e i piedi di una praticante, hanno aperto la sua bocca con la forza e hanno versato una soluzione salina satura nella sua gola. In seguito, ho saputo che un praticante maschio, il signor Gao Xianmin fu ucciso in questo modo per soffocamento».

Quanto tempo sei rimasta lì? Cos’è successo dopo?

«Sono rimasta nel centro di detenzione Tianhe per 15 giorni.

«Mentre ero in quel centro di detenzione la polizia è andata dal mio capo per chiedergli se aveva le chiavi del mio appartamento.

Il mio capo gli ha detto di no, così la polizia se ne è andata dicendo che sarebbero tornati.

Una volta uscita la polizia mi ha mandata a lavorare a Shangai per la stessa agenzia.

Poi ti hanno rilasciata?


«No, dopo un anno mi hanno portata al carcere femminile di Shangai. Anche lì ho lavorato tantissimo: producevo vari tipi di pantaloni, magliette e maglie di lana, ho fatto delle bandierine nazionali del Regno Unito, ho cucito a mano i vestiti tradizionali coreani, le gonnelline per le bambole, lenzuola e copriletto, piccoli cuscini e così via. Tutto questo veniva poi esportato all’estero.


Il profitto di produzione è collegato direttamente al bonus dei poliziotti, per cui i detenuti sono diventati uno strumento per la loro fonte di guadagno.


«Per i praticanti del Falun Gong, è riservato anche un ‘trattamento speciale’, cioè la sorveglianza incessante di altri detenuti. Loro scrivevano dei rapporti giornalieri sulla mia situazione e di notte facevano i turni per tenermi sotto controllo, per impedirmi di praticare gli esercizi, per impedire le conversazioni tra me e altri. A causa del fatto che volevo fare gli esercizi, mi hanno picchiata più volte con bastoni elettrici, su tutto il corpo, e il viso era la parte più colpita».

Hai subito altre torture?


«Si, dato che non volevo rinunciare alla pratica del Falun Gong, sono stata inviata alla squadra speciale dove ho subito illavaggio di cervello e l’abuso psicologico. Il loro scopo era di utilizzare ogni possibile mezzo ingannevole per costringere i praticanti del Falun Gong a rinnegare la loro fede. Sono stata rinchiusa in una cella d’isolamento, con 3-4 detenuti come guardia. Questi detenuti sono stati selezionati e istruiti con le teorie di lavaggio del cervello del Pcc.

«La tattica più usata era quella di punire gli altri, per colpire i praticanti. Per esempio, se un praticante insiste nella sua fede e si rifiuta di ‘trasformarsi’, allora i poliziotti non lasciano dormire tutti i detenuti della cella, punendoli e costringendoli a stare in piedi e a fare l’esercitazione militare. In questo modo, incitavano all’odio gli altri detenuti contro il praticante.

«Organizzavano anche vari tipi d’iniziativa per la ‘trasformazione’. Ad esempio un corso legale, un corso psicologico e di salute mentale, un concorso di canto, dove veniva permesso di cantare solo le canzoni propagandistiche del Pcc, più varie sessioni di ‘critiche’ contro il Falun Gong.

«Questa è stata la cosa peggiore, era terribile. È difficile da spiegare, sembrava che volessero farmi pensare che il nero era bianco, e il bianco era nero».

Hai altre cose da aggiungere riguardo al sistema persecutorio del Partito?

«Sì, mi ricordo che nel 2003 tutti i praticanti sono stati radunati per un controllo del sangue, inclusi coloro che erano rinchiusi nelle celle di isolamento. Il campione del nostro sangue veniva numerato e sigillato. Una volta, siamo stati portati in una grande ambulanza, dove siamo stati sottoposti a delle radiografie per controllare i nostri organi interni con una macchina sofisticata. Tutti i praticanti del Falun Gong sono stati sottoposti a questo controllo. Ma gli altri detenuti non sono stati sottoposti. Non sapevamo lo scopo di questo esame.


«Da quando è stato reso pubblico che il Pcc effettuava il prelievo forzato di organi ai praticanti del Falun Gong, mi sono resa conto della perversità di quell’atto. Ho capito, con terrore e ripugnanza, che il controllo era legato al ‘raccogliere organi vivi’.

Molti praticanti del Falun Gong, io inclusa, siamo stati minacciati dai poliziotti, che se non “ci trasformavamo”, dovevamo essere mandati in un luogo molto remoto. Adesso capisco che “quel luogo molto remoto” si riferiva al campo di concentramento dei praticanti del Falun Gong, i cui organi sarebbero stati prelevati e venduti!».

Com’era l’ambiente in Cina prima della persecuzione?
Potevi praticare liberamente?

«Sì, era molto sereno. Tutti sapevano che i praticanti del Falun Gong sono un gruppo di brave persone. I principi del Falun Gong sono Zhen, Shan, Ren [tradotto in italiano con Verità, Compassione e Tolleranza, ndr]: Zhen significa essere sinceri con sé stessi e gli altri. Se si segue Shan si cerca il bene degli altri e si aiuta il più possibile. Ren significa essere una persona tollerante e di larghe vedute. Se una persona segue questi principi la moralità della società si eleverà.

«Tutte le mattine si facevano gli esercizi assieme, in piazza o nei parchi e poi ognuno andava al lavoro. Anche il pomeriggio, dopo il lavoro, c’erano molte persone che praticavano. Anche i giornali scrivevano degli articoli che mostravano quanto fosse positivo.

«Ogni weekend andavo a fare gli esercizi nello stadio di Guangzhou Tianhe. C’erano migliaia di praticanti che facevano gli esercizi tutti assieme. Durante la settimana invece facevo gli esercizi o a casa o nell’area verde della mia agenzia. Anche i miei colleghi a volte facevano gli esercizi con me».

Come sei riuscita a raggiungere l’Italia?
Da quanto tempo sei qui?

«Dopo che sono uscita dal carcere femminile di Shanghai, sono rimasta in città per poco tempo a chiarire la verità ai cinesi. Però avevo notato che la polizia mi seguiva spesso. Così ho deciso di andare via: sono andata a Pechino e ho preso un volo per l’Italia. Ormai vivo qui da sette anni».

Hai ottenuto lo status di rifugiato?

«Sì, dopo che ho raccontato la mia storia al Consiglio Italiano per i Rifugiati loro hanno capito la gravità della persecuzione, così mi hanno voluta aiutare. Ho ottenuto lo status nel 2008».

Da quanti anni non torni più in Cina? Puoi ritornarci?

«Più o meno da sette anni. No, non posso perché c’è ancora la persecuzione. Penso che sia importante che sempre più persone vengano a sapere e aiutino a fermare tutto questo, soprattutto il prelievo forzato di organi, perché secondo me questa persecuzione non va solo contro i praticanti del Falun Gong ma contro i principi della moralità umana – contro Verità, Compassione e Tolleranza. Spero che finisca il prima possibile».

Fonte:

http://epochtimes.it/n2/news/la-persecuzione-del-falun-gong-vissuta-da-un-praticante-cinese-1987.html

http://www.younetspiegalevele.info/

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