28 aprile 2016

La globalizzazione e il nuovo ordine mondiale




di Luciano Lago

Un importante leader brasiliano, alcuni anni fa, ebbe a definire la “globalizzazione” come questa fosse in realtà il nuovo nome dell’imperialismo. Non si sbagliava, Temistocles, il quale fu in seguito assassinato per la sua attività di sindacalista, in circostanze poco chiare, ma lui era arrivato per approssimazione ad inquadrare il fenomeno che oggi sembra inarrestabile e di cui la forze sostenitrici del mondialismo non cessano di tessere incessantemente le lodi.

Per la verità non risulta difficile vedere l’abile travestimento operato dall‘elite finanziaria USA, una volta indossato il mantello della globalizzazione , nell’ imporre l’apertura illimitata dei mercati per avere il controllo dei circuiti finanziari, lo sfruttamento a proprio vantaggio delle risorse naturali, della forza di lavoro a basso costo ed il dominio dei mercati dove collocare in modo redditizio e sicuro, i propri capitali speculativi.

Colui che aveva spiegato molto bene il reale significato del termine “globalizzazione” fu l’economista nordamericano John K. Galbraith, ex consigliere dei presidenti Rooswelt e di Kennedy. Galbraith ebbe a dire: “Globalizzazione è un termine che noi, gli americani, abbiamo inventato per dissimulare la nostra politica di conquista economica in altri paesi e per rendere rispettabili i movimenti speculativi del grande capitale” (1997, John K. Galbraith ).
Galbraith, che aveva il dono di parlare chiaro, ad una precisa domanda dell’intervistatore, se risultasse vero che i paesi ricchi (grazie alla globalizzazione) riescono ad arricchirsi ancora di più a spese dei paesi poveri, rispose : “il vantaggio della globalizzazione per i paesi sviluppati e per le grandi corporations (multinazionali) è ben consolidato ed è il risultato della politica internazionale degli USA. Il problema della Casa Bianca e e della politica USA è l’assunzione del concetto che qualsiasi cosa sia positiva e vantaggiosa per le corporations debba essere considerata buona e vantaggiosa per tutti i paesi. Vedi: Business Journal

Questo spiega ad esempio l’insistenza con cui attualmente gli USA cercano di imporre in modo surrettizio i loro trattati come il TTIP in Europa con il pretesto della “liberalizzazione dei mercati”.

Ne discende che la Globalizzazione è di fatto la strategia dell’imperialismo USA nella sua fase finale di decadenza e rappresenta la forma moderna di dominio del grande capitale sovranazionale.
Nel tentativo costante di imporre il suo dominio mondiale, l’impero americano utilizza, fino alla sua massima esasperazione ed in modo sempre più subdolo, la propria forza politica, economica e militare, non più soltanto con i suoi strumenti di potere economico e finanziario come il Tesoro, il Pentagono, la Goldman Sachs, ma anche ricorrendo all’utilizzo degli organismi internazionali di cui dispone il controllo, come il WTO, il FMI, la Banca Mondiale, il BIS (BIS – Bank for International Settlements), l‘OMC Organizzazione del Commerico mondiale), la BRD, le agenzie di rating ( Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch), ecc..

La globalizzazione consente agli USA di imporre un percorso di costruzione di un nuovo ordine mondiale (NWO), voluto dalla stessa elite finanziaria che è la proprietaria e beneficiaria del processo di globalizzazione, caratterizzato dalla progressiva scomparsa degli Stati nazionali, sostituiti nel loro potere decisionale da organismi sovranazionali che hanno il compito di regolamentare i vari ambiti del sistema economico, finanziario, di assicurare un sistema decisionale che sia sottratto ai singoli Governi o Parlamenti, che assicuri il controllo degli interessi delle grandi corporations finanziarie e industriali.
Gli ideologi del sistema globale, mondialista, sono i neocons nordamericani, esponenti del conservatorismo della elite statunitense, gli stessi che hanno elaborato le teorie neo liberiste, il monetarismo e la liberalizzazione dei mercati, imposti come veri e propri dogmi.

I paesi che fanno resistenza a questo nuovo ordine mondiale, quelli che non vogliono assoggettarsi al dominio degli organismi sovranazionali, vengono presto investiti da una offensiva che, in alcuni casi tende al rovesciamento dei governi, tramite le tecniche di sobillazione interna, rese possibili dal completo controllo dei principali media e delle ONG mascherate da finalità “umanitarie”. Si tratta in questi casi di “rivoluzioni colorate” o di “primavere arabe” per creare destabilizzazione e rovesciamento di governi. Quando questo obiettivo non sia facilmente raggiungibile con questi mezzi, si ricorre all’intervento militare diretto o indiretto, mascherato da finalità di “restaurazione della democrazia”, difesa di “dirittti umani” o altri pretesti, normalmente preceduti da una fase di demonizzazione dei governi e dei presidenti dei paesi ostili (Milosevic in Serbia, Saddam Hussein in Iraq, Gheddafi in Libia, Bashar al-Assad in Siria, ecc.). Tutti paesi che rifiutavano la globalizzazione e le direttive economiche delle banche e corporations USA e per questo considerati “stati canaglia”.

Nella costruzione di questo ordine, già in fase avanzata, si tratta di creare un sistema capitalistico elitario, delinquenziale, precipuamente speculativo, che ricerca non soltanto i profitti netti e rapidi per evitare gli investimenti di lungo periodo, come quelli industriali, ma anche per amministrare la crisi di sovraproduzione per trasformarla in crisi finanziaria. In altre parole per saccheggiare la popolazione.
Questo sistema si basa su tassi di interesse molto bassi in modo da consentire l’apertura di crediti a larga scala con molte facilitazioni: promuove la vendita di beni durevoli, in specie di immobili, svalorizzati dal tasso di inflazione; sospinge i debitori in situazioni di insolvenza, rifinanzia i debiti in modo poi di appropriarsi degli immobili resi impagabili. Questo accade in tutti quei casi in cui circola il debito finanziario. Le popolazioni vengono trasformate in masse di debitori in questo che risulta il sistema dell’usura mondiale. Un sistema usuraio criminale gestito dai funzionari del grande capitale.

Per quanto legalizzato ed istituzionalizzato questo sistema non si può non considerare come uno stato delinquenziale.
In queste condizioni, quello che meno interessa è la produzione. Quella viene delocalizzata nei paesi a più basso costo di manodopera e minori limiti di garanzie ambientali. Ovviamente ancora più estraenea a questo sistema si trova qualsiasi illusione relativa al benessere sociale o all’equilibrio ecologico. Al contrario l’ossessione di liberalizzare porta ad una privatizzazione di tutti i servizi pubblici e di conseguenza ad un aumento dei costi per la popolazione relativamente alle spese sanitarie, ai servizi essenziali, all’assistenza sociale, ai trasporti, ecc.. L’esempio della Grecia è eclatante in proposito ma oltre a quella vi sono altri stati falliti che sono stati disastrati dall’intervento esterno degli USA e del conglomerato della finanza, dal Kosowo all’Ucraina, ad alcuni paesi dell’America Latina.

Lo stato delinquenziale distrugge ogni coesione sociale ed anzi tende ad esasperare le divisioni fra i vari strati sociali ed a creare un classe di parassiti privilegiati. Si assiste ad uno Stato che annulla ogni sovranità popolare non soltanto negli stati subalterni ma anche nello stesso stato dominante dove si mantiene una veste formale pseudo democratica ma il potere effettivo viene esercitato dalle concentrazioni delle lobby relative alle grandi corporations che controllano tutti i mezzi di informazione e gli apparati opachi dei servizi di intelligence, tramite i quali hanno la capacità di manipolare l’opinione pubbica secondo tecniche ben collaudate.

“La Globalizzazione non si può fermare, è un processo irreversibile e ci sia avvia verso una società multiculturale dove le differenze culturali ed etniche sono destinate a sparire” . Chi si oppone a questo processo si mette fuori dalla Storia e deve essere considerato un reazionario, un fascista o razzista e deve esere emargianto dalla società. Questo uno dei messaggi che viene inviato su tutti gli schermi dei media.

Neppure George Orwell era arrivato ad immaginare tanto.

Di: Luciano Lago

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