15 gennaio 2016

Sincronicità: un ponte tra materia e psiche


Vi è mai capitato di ricordare una persona e ricevere poco dopo sue notizie o una chiamata? «Stavo proprio pensando a te»
sono le parole con cui l’abbiamo salutata. Oppure leggere una frase che colpisce e sentirsela ripetere in un altro contesto, nominare un oggetto e vederne l’immagine disegnata sui muri o sul bordo del piatto in cui stiamo mangiando? Porsi una domanda legata a una necessità ordinaria e incontrare la risposta in maniera curiosa?



Queste “coincidenze significative” hanno affascinato lo psicologo svizzero Carl Gustav Jung, allievo di Sigmund Freud, portandolo a coniare la definizione di sincronicità.



Con tale termine si indicano due eventi legati tra loro da un particolare significato e non originati da causa-effetto: il cosiddetto “caso”.

Se prendo un libro e lo lascio andare l’effetto sarà che cadrà a terra e la causa è la forza di gravità. Ma se parlo con un amico lamentandomi che la mia pianta di rose gialle è attaccata dagli afidi e quando svolto l’angolo incontro un’edicola che mostra una rivista di giardinaggio il cui principale articolo riguarda proprio i metodi per debellare gli afidi si tratta di casualità… o meglio di sincronicità. Il termine va però distinto da quello di sincronismo, riferendosi quest’ultimo a fatti che accadono simultaneamente, ossia nello stesso tempo.

Jung ben presto si staccò da Freud: nella vita personale e nello svolgimento del lavoro con pazienti si trovò ad affrontare manifestazioni psichiche quali sogni, visioni, presentimenti che in alcuni casi arrivavano ad avere una corrispondenza nella realtà esteriore. Tali coincidenze riguardano fenomeni che paiono segnali disseminati ad arte per comunicare qualcosa che ci riguarda, una sorta di misteriosa risposta o indicazione esterna.
La teoria della sincronicità suggerisce l’esistenza di un mondo misterioso che non obbedisce alla causalità ma che si situa in dimensioni al di là dello spazio e del tempo…

Una delle citazioni usate da Jung per spiegarla è presa da “Alice nel Paese delle Meraviglie” di Lewis Carroll, quando la Regina dice ad Alice: «è una memoria ben misera quella che ricorda solo quello che è già avvenuto».

Per Jung soltanto un osservatore capace di ricordare il futuro potrebbe capire la sincronicità poiché passato, presente e futuro non devono essere considerati fattori assoluti bensì relativi: è il nostro stato psichico che attribuisce loro un significato, come quando si vive un evento reale che ha il sapore di un sogno e non si è più sicuri del confine tra i due.

Per anni Jung non presentò al pubblico le idee sulle “coincidenze significative” perché era difficile persino per lui concretizzarle ed era imbarazzato dall’effetto che temeva di provocare: solo l’incontro con l’austriaco Wolfgang Pauli, premio Nobel per Fisica nel 1945, gli permise di renderlo possibile pubblicando nel 1952 “La sincronicità come principio di nessi acausali”.

Jung era uno studioso della psiche umana mentre Pauli un razionale e rigoroso fisico della meccanica quantistica. Come potevano collaborare tra loro, trattando materie completamente differenti?

Mi viene in mente una frase di Tiziano Terzani: "Solo se riusciremo a vedere l’Universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità cominceremo a capire chi siamo e dove stiamo”.

Siamo abituati a considerare la realtà come formata da tanti oggetti diversi: il legno, l’aria, la terra, l’acqua. Sostanze solide, liquide o gassose. Tutte formate da atomi: ma gli atomi, se vengono scomposti, non sono altro che cariche elettriche e quindi energia… noi vediamo la componente esteriore, l'apparenza materiale e siamo legati a essa, ma esiste anche una dimensione energetica invisibile che collega tutto, come un reticolato di vibrazioni pulsanti.

La meccanica classica funziona con le “medie” dimensioni ma non con quelle infinitesimali: si trovò ben presto in difficoltà perché considerava l’elettrone solo come particella e la luce solo come onda ed era incapace di descrivere il loro comportamento a livello microscopico.

Ecco che agli inizi del Novecento con Max Planck nasce la meccanica quantistica che spiega il comportamento della materia, delle radiazioni e delle loro interazioni, con particolare riferimento ai fenomeni caratteristici della scala di lunghezza o di energia atomica e subatomica.

È importante sottolineare come muti il tipo di approccio con la componente temporale: la fisica classica insegna che dalla posizione e velocità di una particella in un certo istante si possa calcolare la traiettoria passata e futura. Invece quella quantistica sostiene che l’acquisizione dell’informazione relativa all’ubicazione presente distrugga le altre rendendo impossibile il computo della direzione futura: il tempo non è più considerato un’entità fissa separata dall’osservatore che non è più “neutro” poiché influenza ciò che misura.

Heisenberg nel 1927 arrivò a formulare il principio dell’indeterminazione: prima si diceva che se una particella si trovava in un certo punto, si poteva quantificarne la velocità misurando la distanza che impiegava ad arrivare in un punto successivo. Invece Heisenbergconferma che il rilevamento influisce sullo stato della particella: per stabilire la posizione di un elettrone bisognerebbe illuminarlo con un fotone ma l’energia che questo gli fornisce ne cambia la velocità. Quindi o si conosce la sua collocazione o la sua velocità ma non tutte e due le informazioni assieme.

Lo studio quantistico porta all’emergere di situazioni incerte mettendo in crisi gli assiomi della fisica classica: particelle subatomiche che appaiono e scompaiono in punti remoti collegati da “misteriose connessioni”, il concetto di entanglement di Schrödinger secondo cui le particelle si influenzano anche se situate in luoghi distanti, la teoria della relatività di Einstein, quella del multiverso che postula la presenza di universi coesistenti e paralleli al di fuori del nostro spaziotempo, conseguenza della teoria delle Stringhe.

Un concetto antico quello degli universi paralleli, espresso già dai filosofi atomisti greci e in epoca successiva da Giordano Bruno: venne ripreso da scrittori di fantascienza come Murray Leinster e da pilastri della letteratura come Jorge Luis Borges.

Jung si trovò a pensare che le sincronicità fossero testimonianze di uno “spirito universale” che opera e comunica con tutte le sue creature: l’uomo viene visto come un microcosmo inserito nel macrocosmo dell’universo e, tramite gli eventi sincronici, viene indirizzato dalla benevola entità verso il suo destino ottimale.

La psiche comprenderebbe dunque una realtà molto vasta che unisce tutte le creature tra loro e non sarebbe disgiunta dal mondo della materia. Essendo mente e materia legate tra loro da una rete energetica invisibile, quando i livelli più profondi dell’inconscio vengono attivati, accadono eventi di sincronicità che testimoniano tale legame. Psiche e materia sono per Jung due aspetti di una unità indivisa, inaccessibile per via diretta. Il tempo non sarebbe un’astrazione ma un continuum energetico concreto. Se mondo fisico e psichico sono interconnessi e rivelati dalla sincronicità, allora esiste una dimensione intelligente che comunica con l'individuo in maniera a-causale, informandolo sul cammino migliore da prendere per armonizzarlo con il Tutto.

Anche Schopenhauer, nel suo “Magnetismo animale e magia” accenna all’influenza diretta della volontà che va oltre i limiti dello spaziotempo.
L’evento sincronico che fa incontrare Jung e Pauli è la malattia di quest’ultimo.

Wolfgang Pauli era un razionalista dal profondo spirito critico, soprannominato dai colleghi “la coscienza vivente della fisica teorica” e “il terribile Pauli”.

A vent’anni pubblicò uno studio sulla teoria della relatività che venne commentato da Einstein in termini entusiastici per la profondità intuitiva. L’eccessivo impegno profuso nello studio, il suicidio della madre e il fallimento del matrimonio lo portarono però a soffrire di una forma di dissociazione psichica. Su consiglio del padre si trasferì in Svizzera per diventare paziente di Jung.

Pauli non capiva niente di psicologia e Jung nulla di fisica, eppure divennero amici anche se la terapia di Pauli non venne seguita direttamente da lui ma da una sua allieva.

La mente del fisico era talmente brillante e originale che lo psicanalista trovò così interessanti i suoi sogni da chiedergli di rimanere in contatto anche dopo il termine della terapia per continuare ad analizzare il materiale onirico. Questo portò l’austriaco ad avvicinarsi alle teorie di Jung cominciando a condividerle.

Tra i due iniziò un intenso scambio di lettere in cui Pauli incoraggiò Jung a mettere per iscritto i pensieri sulla sincronicità. Lo svizzero gli inviò la bozza dell’opera circondata da numerosi punti interrogativi e la critica di Pauli fu essenziale per l’elaborazione del testo finale.

Nel saggio pubblicato da Jung nel 1952 vengono inclusi, tra gli esempi di coincidenze significative, la telepatia, le pratiche divinatorie degli I-King, la tecnica di interpretazione dell’astrologia (legata alla posizione degli astri al momento della nascita) e gli effetti secondari spesso osservati in caso di decessi come orologi che si fermano, quadri o foto che cadono, vetri che si rompono.

Ci si può chiedere come fenomeni poco scientifici come l'astrologia e gli I-King potessero interessare una persona rigorosa come Pauli. Lui sostenne che le modalità di approccio e studio alla sincronicità fossero le stesse della fisica quantistica, costituendo un ponte tra materia e psiche.

La sincronicità abbatteva un principio fondamentale della fisica classica, quello della località, in quanto ammetteva il verificarsi dei fenomeni fisici anche in luoghi separati tra loro. Anzi, secondo Pauli la fisica quantistica imponeva un ritorno alla concezione filosofica di Giordano Bruno e Leibniz, non regolata da causalità ma da un’armonia organica.

A un certo punto delle sue ricerche Pauli arriva però a dire che “serve l’amore per creare un ponte tra fisica, spirito e psicologia”, in quanto non basta che l’intelletto capisca l’esistenza di una dimensione che unisce spirito e materia ma che sia necessaria la sua condivisione da parte dell’anima.

Pauli si rese conto delle difficoltà insormontabili nella realizzazione dell’intuizione e abbandonò il progetto di realizzare una teoria psicofisica dedicandosi, da quel momento, esclusivamente alla pura teoria quantistica.



Ho ascoltato una canzone di Franco Battiato interpretata con Carmen Consoli. Mi ha colpito una frase in sorprendente sintonia con queste idee: «… Tutto l'Universo obbedisce all'Amore…» Forse Pauli aveva compreso tale regola e dunque l'impossibilità d'imbrigliare la scintilla creatrice dell'Amore in pure equazioni e astratte formule matematiche?

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