9 gennaio 2016

Il “sesto senso” esiste e si attiva in situazioni critiche


DI VALENTINA ARCOVIO


Al cervello bastano soltanto 200 millisecondi per captare una situazione sociale minacciosa. Dinanzi ai pericoli, infatti, i nostri neuroni agiscono in modo automatico e ultraveloce. Proprio come se il cervello fosse dotato di una sorta di «sesto senso» che funziona solo nelle crisi e che è più spiccato nei soggetti ansiosi. Queste, in estrema sintesi, sono le conclusioni di uno studio condotto dal team di Marwa El Zein dell’Istituto francese di sanità e ricerca medica e della Scuola Normale Superiore di Parigi. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista eLife. 


Nello studio i ricercatori hanno identificato per la prima volta specifiche aree del cervello associate a questo senso del pericolo, che variano a seconda della personalità del soggetto. Mentre infatti nelle persone ansiose il segnale di allarme viene elaborato nella regione del cervello responsabile dell’azione, in quelle più tranquille viene processato dai circuiti deputati al riconoscimento facciale. 


Inoltre, i ricercatori sono riusciti a tracciare l’identikit del viso che viene percepito come minaccioso. In un esperimento condotto su 24 volontari, gli studiosi hanno scoperto che una persona viene percepita come una minaccia quando presenta un’espressione arrabbiate e, soprattutto, quando il sguardo è puntato su di noi. «In una folla sarete più sensibili a una faccia arrabbiata che sta guardando verso di voi - spiega El Zein - mentre presterete meno attenzione a un viso che, pur accigliato, sta volgendo lo sguardo altrove». 


Per i ricercatori, questo «sesto senso» per le minacce e un residuo dell’evoluzione, cioè quando l’uomo viveva sul pianeta fianco a fianco con predatori che potevano attaccarlo. Riconoscere la paura su un’altra faccia poteva aiutare a individuare il pericolo prima ed a mettersi in salvo. 


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