18 dicembre 2015

Queste previsioni per il XXI secolo stanno diventando realtà


Si stanno compiendo alcune previsioni inquietanti fatte nel 2009.

Quando George Friedman, fondatore della società di intelligence geopolitica Stratfor, pubblicò nel 2009 un libro di previsioni per il ventunesimo secolo, molte di esse sembravano pura commedia. Oggi non lo sono più: a prescindere dal fatto che le ipotesi di Friedman si siano rivelate corrette, la geopolitica d’altri tempi sta tornando in scena negli stessi paesi che l’esperto indicò come principali protagonisti della sua visione futura.

Può risultare difficile far combaciare la visione geopolitica di Friedman con il nostro mondo odierno. Come disse l’editore della versione russa del libro The Next 100 Years, “Non riesco a fare a meno di sorridere quando leggo frasi del tipo ‘l’unico vantaggio fisico su cui possa contare la Russia è la profondità,’ oppure ‘le basi lunari segrete rappresenteranno il cavallo di battaglia delle forze armate giapponesi.’” Era difficile immaginare una guerra mondiale di metà millennio tra due blocchi contrapposti, uno dominato da USA e Polonia, l’altro da Turchia e Giappone. Nel 2009 parlare di una guerra mondiale, indipendentemente dalle coalizioni in conflitto, sembrava un discorso tratto da racconti distopici o siti web di teorie cospirazioniste.

Ora non c’è più molto da ridere. Le guerre e i conflitti politici scaturiscono dalla visione del mondo dei capi politici. Se i più importanti leader considerano gli interessi dei propri paesi in termini di controllo ed espansione territoriale, e di dimostrazione della propria influenza attraverso la potenza militare – tutti requisiti di base della geopolitica – allora ricorreranno ai mezzi tradizionalmente impiegati per proteggere e avanzare i propri interessi, tra cui appunto la guerra.

Gli articoli riguardanti “il ritorno della geopolitica” sono proliferati lo scorso anno in seguito alla sottrazione della Crimea all’Ucraina voluta dal presidente russo Vladimir Putin. Tali articoli ponevano l’accento sul fatto che l’occidente non avrebbe mai dovuto dare per scontata l’accettazione della sconfitta subita dalla Russia nella Guerra Fredda. Friedman, tuttavia, disse le stesse cose ben cinque anni prima, quando ancora Putin non era presidente e gli Stati Uniti stavano cercando di far “ripartire da zero” i propri rapporti con la Russia. Nel suo libro del 2009, il fondatore di Stratfor così scrisse:



“Sulla base del semplice fatto che la Russia non si è disintegrata, la questione geopolitica russa si riproporrà. Poiché il paese sta riacquistando le proprie forze, il problema tra non molto è destinato a emergere. Il conflitto non sarà una nuova versione della Guerra Fredda, così come la prima guerra mondiale non fu una riedizione delle guerre napoleoniche. Consisterà piuttosto nelle riproposizione della questione chiave per la Russia: se si tratta di uno stato-nazione unito, dove si troveranno le sue frontiere e quali saranno i rapporti con i paesi confinanti? La domanda sarà al centro della prossima importante fase della storia mondiale – nel 2020, e negli anni a venire.”


A questo proposito Friedman aveva ragione, nonostante non sia riuscito a prevedere la specifica struttura del conflitto: una guerra ibrida russo-ucraina. I fatti hanno comunque dimostrato che, chiaramente, Putin segue lo stesso ragionamento di Friedman. Per il leader russo la creazione di zone cuscinetto per proteggersi da un occidente ostile e la diminuzione delle vulnerabilità del paese nei confronti di una possibile invasione sono obiettivi concreti, non concetti teorici di vecchia scuola.

Pare che Friedman abbia correttamente individuato anche altri paesi in cui questo modo di pensare potrebbe essere in ascesa da qui al 2020. Tra di essi Turchia, Polonia e Giappone sono i più importanti.

Friedman descrive la Turchia come “una piattaforma stabile nel mezzo del caos” del Medio Oriente e una potenza in ascesa nella regione. Le cose non stanno esattamente così, in questo momento – la situazione interna della Turchia non è particolarmente stabile, nonostante gli sforzi profusi dal presidente Recep Tayyip Erdogan per consolidare la propria autorità; il suo ruolo di dominanza rispetto ad altri poteri forti della stessa area geografica, ad esempio Arabia Saudita e Iran, è tutt’altro che scontato. Eppure, ancora una volta, è proprio su queste basi che cui i leader turchi cercano di inquadrare i propri obiettivi. La retorica di Erdogan è fondata sulla vendetta e sulla risurrezione, che trasformeranno il paese nel leader indiscusso del mondo del sunnismo musulmano. Il primo ministro Ahmet Davutoglu ha esposto questi obiettivi in diverse occasioni. Così scrisse nel 2012:



“Qualunque perdita subimmo dal 1911 al 1923, qualsiasi area dalla quale ci ritirammo, tra il 2011 e il 2023 ci incontreremo di nuovo coi nostri fratelli in quelle terre”.


L’opinione di Friedman sulla Polonia è che si tratti di una nuova e dinamica potenza che diventerà il centro di un blocco europeo orientale, tale da sfidare la supremazia dei poteri decadenti dell’Europa occidentale.

Nel 2009 la cosa aveva dell’assurdo: la Polonia, sotto la guida dell’allora primo ministro Donald Tusk, era un membro rispettoso dalla UE che stava cementando un solido rapporto con la Germania e aspirava a ricoprire un ruolo più centrale nelle istituzioni europee.

Tusk attualmente è il Presidente del Consiglio Europeo. Ma il partito di destra Diritto e Giustizia ha appena vinto le elezioni in Polonia e la sua visione del paese è differente. Jaroslav Kaczynski e i suoi alleati sono degli euroscettici convinti che credono nella forte alleanza militare con gli Stati Uniti, nelle basi americane nell’Europa orientale e nella rinascita del nazionalismo polacco.

La Polonia sta emergendo anche nel ruolo di punto di riferimento per il blocco di paesi dell’Europa orientale che si rifiutano di accogliere i rifugiati siriani, a cui invece la Germania ha offerto accoglienza. Nel manifesto elettorale del partito si legge:



La geopolitica è diventata il pattern dominante dei rapporti internazionali nel ventunesimo secolo. Dopo un periodo in cui si sperava in un ordine globale basato sulla visione liberale di “fine della storia” e globalizzazione, che avrebbe appianato il mondo, oggi assistiamo al ritorno delle rivalità riguardanti sfere di influenza, gerarchie statali, ambizioni imperialistiche e ricorso ai classici strumenti del potere per esercitare pressioni sui paesi più deboli.


Diritto e Giustizia, in parole povere, vuole trainare la Polonia nel mondo della geopolitica: è questa la sua dimensione.

Il Giappone, secondo Friedman, è un paese dal ruolo geopolitico inferiore rispetto a quello che gli consentirebbe la sua forte economia. “Con la storia di militarismo che ha alle spalle, il Giappone non rimarrà il potere pacifista di marginale importanza che è stato sinora,” scrive il fondatore di Stratfor. E in effetti il primo ministro Shinzo Abe è stato chiaro sulle sue intenzioni di ampliare l’influenza globale nipponica e smorzare il pacifismo della Costituzione. Abe, per esempio, si è impegnato per consentire alle truppe giapponesi di combattere all’estero per la prima volta dal 1945. Era difficile prevedere un simile cambiamento nel 2009.

La visione di Friedman su ciò che ci riserva il futuro contempla anche la disgregazione della Russia intorno al 2020, la spinta espansionistica della Turchia nel Caucaso e quella della Polonia all’interno della sfera di influenza russa in occidente (presumibilmente Ucraina e Bielorussia). Secondo la narrazione gli USA offrono il loro sostegno a questi grandi poteri emergenti poiché propri alleati e, al tempo stesso, avversari della Russia, ma poi la Turchia si allea con il Giappone contro gli Stati Uniti. Non bisogna per forza credere a uno scenario simile: Friedman in effetti è il primo ad ammettere che è difficile formulare previsioni con decenni di anticipo. Eppure, probabilmente occorre accettare il fatto che se i leader di Russia, Turchia, Polonia e Giappone abbracciano una visione geopolitica del mondo – come del resto oggi sembrano fare tutti – allora diventano possibili sviluppi come quelli previsti da Friedman.

Nel mondo della geopolitica diventa sempre più arduo per chiunque mettere in atto strategie fondate sui valori. In un recente articolo, l’ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer ha messo in guardia i suoi colleghi europei:



Per gli europei è arrivato il momento di porre fine al loro pio desiderio di un ordine a livello continentale basato sullo stato di diritto. Il mondo, sfortunatamente, non funziona così. È molto più difficile, ed è il potere a dominare.


Più leader terranno conto di questi avvertimenti e attraverseranno la linea che li separa dalla dimensione che Friedman descrive, e più complicato, insicuro e senza legge diventerà il mondo in cui viviamo. Nei suoi calcoli Friedman non tiene in considerazione la vecchia Europa ma, per il momento, essa rappresenta un’importante roccaforte di strategie estranee alla geopolitica, di negoziazione e di economia piuttosto che di pensiero militarizzato. Tutto ciò non rappresenta un bagaglio ormai obsoleto del quale disfarsi ma una diversa visone del futuro che gli europei, e i responsabili politici di ogni dove, dovrebbero al contrario apprezzare e difendere.


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