16 dicembre 2015

La funzione degenerativa della TV


La televisione, perfettamente diseducativa e altamente ipnotica, continua a rappresentare ciò che dalla nostra cultura è tradizionalmente riconosciuto come mostro: infedeltà coniugale, gravidanze tra sedicenni, famiglie disgregate e deformi, sessualità esasperata, criminalità di ogni genere. Il problema è che rappresentando il mostro la televisione, usando le parole di Diego Fusaro, normalizza e rende ovvio, banale e scontato tutto ciò che accade: rende plausibile l’inimmaginabile.



di: di Marco Ausili 

Sempre più distante da una missione educativa e democratica del tipo di quella che immaginò Cesare Zavattini, la televisione continua a implicarsi in un progresso degenerativo della società, oliando il piano inclinato dell’arretramento culturale e morale su cui essa continua a scivolare. La televisione, come giustamente indicato da Pier Paolo Pasolini, continua a dominarci, in quanto ipnotizza gli spettatori in un flusso di immagini in sequenza dal quale è difficile districarsi e che atrofizza il senso critico; continua a imporre modelli negativi con una forza che solo la “rappresentazione” degli stessi può riuscire a perpetrare.
Ma la cosa più pericolosa è che la televisione, perfettamente diseducativa e altamente ipnotica, continua a rappresentare ciò che dalla nostra cultura è tradizionalmente riconosciuto come mostro: infedeltà coniugale, gravidanze tra sedicenni, famiglie disgregate e deformi, sessualità esasperata, criminalità di ogni genere. Il problema è che rappresentando il mostro la televisione, usando le parole di Diego Fusaro, “normalizza e rende ovvio, banale e scontato tutto ciò che accade: rende plausibile l’inimmaginabile”.






Insomma, la televisione ci spinge a familiarizzare con il mostro rappresentato, lo spinge dentro alle nostre case, nella nostra quotidianità, nel nostro intimo. Dunque il mostro perde quella carica di terribilità della cosa sconosciuta e temuta, perde quell’alone di mistero e di proibito, e così entra nel dibattito, entra nel numero delle cose che si possono valutare, che si possono esperire, che, dopotutto, sono ritenute possibili. Per questa via si depotenzia drasticamente la sanzione sociale che tradizionalmente grava sul mostro, essendo essa basata appunto su un cieco terrore, su una negazione a priori, su di una inammissibilità di fondo del mostro stesso.

Un tale procedimento, ma con intenzione positiva, esiste dalla notte dei tempi nelle società tradizionali: molto spesso, ciò che si teme, come ad esempio la morte, viene rappresentato, raffigurato, disegnato da qualche parte o interpretato da un attore, da una maschera. In questa maniera l’uomo ha strappato il suo mostro da quella dimensione di sconosciuto che lo rendeva tanto terribile, e lo ha inserito nella dimensione del visibile, per esorcizzarlo. Su questo intendimento sono centrati ad esempio alcuni riti apotropaici.

Ma nel caso della televisione tutto si ribalta. Ad essere eliminata non è la paura del mostro, ma la sanzione sociale che grava su di esso. Alcuni studiosi hanno considerato il valore catartico della cosiddetta televisione del dolore, per cui il dolore, rappresentato sulla scena televisiva e addossato a un’altra persona, viene ad essere allontanato dallo spettatore. Se questa argomentazione va giustamente tenuta in conto, sarà altresì necessario riflettere bene sulla tesi avanzata da questo articolo. Effettivamente, dopo anni di televisione del dolore, del trash e dei reality, più che sentirci meno “addolorati”, siamo sicuramente più avvezzi all’immorale, ai disvalori, all’ignoranza; a tal punto che molti mostri abbiamo smesso di reputarli come intrinsecamente negativi, per ritenerli anzi, e sempre di più, perfettamente esperibili, normali, ammissibili.





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