19 novembre 2015

La luce che guarisce


“La luce solare è necessaria al benessere psicofisico”, afferma lo psichiatra Alessandro Meluzzi, uno dei primi ad occuparsi della light-therapy, la terapia con cui si cura il SAD. “Non a caso nei paesi nordici si registra il più alto numero di casi di depressione e di suicidi. Per ovviare a questo problema, si utilizzano lampade particolari, che hanno una luce a 2500 lux, simile a quella del sole”

Il sole – che nelle religioni antiche simboleggiava la massima divinità maschile, il Creatore, Padre di tutte le creature – è per tutti grande fonte di benessere: quando la sua luce si diffonde nel cielo, illuminando il creato, la maggior parte delle persone si sente non solo più forte, più attiva e vitale, ma anche più allegra, più contenta. Al contrario, quando il sole cala presto o è pallido e triste, come nelle corte e buie giornate invernali, è più facile sentirsi stanchi, demotivati, depressi, poco invogliati all’azione. Come a dire che la presenza (o l’assenza) di luce è strettamente connessa con umore e benessere.

Ebbene, fino a poco tempo fa questa relazione era riconosciuta soprattutto sul piano psicologico: del resto la luce e il buio simboleggiano uno stato positivo o negativo dell’anima, la chiarezza o la mancanza d’idee, la felicità, la consapevolezza, la ricchezza spirituale o la loro assenza. Ma nel 1984 lo psichiatra americano Norman Rosenthal individuava negli sbalzi d’umore collegati ai cambiamenti stagionali una vera e propria sindrome, che ha chiamato Seasonal Affective Disorder, cioè SAD (in inglese, triste), ovvero Disturbo Stagionale Affettivo (DSA). Alcune persone infatti soffrono di pesanti sbalzi d’umore stagionali, che possono dar luogo a stati patologici: se d’estate non dormirebbero mai, vivendo in un costante stato d’ipertensione e di iperattività, in inverno cadrebbero volentieri in letargo per sfuggire a una forte depressione, abbinata a una totale mancanza d’energia. Un altro studio importante è stato quello del professor Robert de Vito, primario del Dipartimento di Psichiatria alla Loyola University Medical Center, a Maywood (Illinois), secondo il quale un’ampia fascia della popolazione adulta subisce variazione nell’umore e nel comportamento in seguito alle variazioni di luminosità diurna. “In questi casi”, afferma Fabio Marchesi “la terapia della Luce riduce la depressione e i cambiamenti d’umore e anche la necesità di aumentare le ore di sonno notturno e la fame compulsiva verso i carboidrati”.
“Non è un caso che nei paesi nordici, come la Svezia e la Norvegia, si registri il più alto numero di casi di depressione e il più alto tasso di suicidi”, afferma lo psichiatra e psicoterapeuta torinese Alessandro Meluzzi, uno dei primi ad occuparsi in Italia negli anni ’80 della light-therapy, la terapia con cui si cura il SAD.

«Per spiegare questa sindrome, dobbiamo partire dal fatto che il corpo umano ha un orologio biologico interno che regola i nostri ritmi, da quelli circadiani, cioè giornalieri, legati all’attività di sonno-veglia, a quelli settimanali, o mensili (dove il mese è quello lunare, di ventotto giorni, che scandisce ad esempio le mestruazioni), fino a quelli annuali. Questi pendoli interni, che devono sincronizzarsi con i ritmi esterni (e cioè alla fase di luce-buio o alle stagioni), a causa dello stress possono andare incontro a squilibri che alterano il nostro sistema psicofisico e ormonale». La luce è uno dei principali sincronizzatori dell’attività umana: infatti noi ci svegliamo con il sorgere del sole e chi segue i ritmi della natura dovrebbe addormentarsi al tramonto. La luce, colpendo la retina e la pelle, dà una stimolazione a livello psicofisico e sincronizza i cicli della melatonina.

Gli ormoni dell’attività e del sonno
«In effetti la causa del SAD è prevalentemente ormonale», continua Alessandro Meluzzi. «La luce, attraverso la retina, influenza il lavoro dell’epifisi (la ghiandola pineale), considerata il punto di contatto tra mente e corpo, il direttore d’orchestra dei nostri ritmi interni, responsabile della produzione di melatonina, l’ormone del letargo, che aumenta con il buio. La melatonina rallenta l’attività, regola il sonno e ha il compito di fare da tramite tra i ritmi ambientali interni ed quelli interni dell’organismo e di inibire l’attività sessuale.

Con la luce il corpo produce invece il cortisolo, l’ormone dello stress (che si attiva anche in caso di pericolo, di lotta o di fuga): questo ha il suo picco più alto il mattino, poi scende registrando la massima caduta alle due del pomeriggio, riprende alle quattro (ecco quindi che l’abitudine alla pennichella nasce dalla diminuizione di cortisolo) e cade durante la notte, quando sale la melatonina. Alcune persone tuttavia continuano a produrre cortisolo la notte e melatonina di giorno: e quindi entrano in depressione, lamentano mancanza di energia e d’interessi, hanno voglia di dormire anche di giorno». Quando si presenta questa sindrome si abbassa l’energia e quindi anche il livello dell’umore: le persone più sensibili ne risentono a livello psichico, provando un disagio interiore e subendo blocchi emozionali in prevalenza affettivi, che le portano alla depressione: ecco che allora si chiudono in casa e provano un buio interiore, in sintonia con la mancanza di luce esterna.

Come si cura la depressione da SAD
«La cura più semplice è quella di esporre il soggetto alla luce del sole al mattino presto (non a caso i monaci tibetani e gli yogi fanno l’esercizio del saluto al sole all’alba), oppure a una lampada artificiale con una luce appropriata, simile a quella del sole (2500 lux), in modo da risincronizzare il ritmo importante per il tono dell’umore», continua Meluzzi. «In questo modo si può influenzare la ghiandola pineale, per farle produrre melatonina. Fin dagli anni ’80 uso la Ligth therapy, abbinandola talvolta a farmaci antidepressivi e a una psicoterapia. In pratica dò ai pazienti queste lampade speciali da portare a casa, in modo che possano esporsi alla luce per mezz’ora tra le 7 e le 8, con un ciclo di dieci-quindici giorni. Il risultato viene controllato attraverso l’esame della saliva, che permette di stabilire il livello di cortisolo e melatonina».

“Il dipositivo più comunemente utilizzato per questo tipo di terapia”, scrive Fabio Marchesi nel suo La luce che cura “è chiamato light box: una scatola con al’interno una serie di lampade in grado di produrre una intensità luminosa, a distanza ravvicinata, che può arrivare fino a 10.000 lux, a cui ci si deve esporre per almeno trenta minuti al giorno tutti i giorni”. Tuttavia, secondo Marchesi, i light box, pur rivelandosi efficaci nella terapia della depressione, non sono la soluzione migliore, perché normalmente privi di raggi ultravioletti. “La massima efficacia viene raggiunta utilizzando sorgenti ad ampio spettro di qualità, ad alta luminosità, ma in grado di produrre anche minimi dosaggi di UVB, grazie ai quali il corpo può sintetizzare vitamina D, dalla quale dipende anche lo stato emotivo”.

I sintomi più frequenti
Ecco la sintomatologia che può presentare il SAD soprattutto in inverno.
– Disturbi del sonno: insonnia, desiderio di dormire a lungo, sonnolenza durante la giornata (in estate: difficoltà ad addormentarsi e risvegli precoci).
– Rallentamento dei cicli biologici, sbalzi del metabolismo, cefalee a grappolo.
– Disturbi dell’alimentazione: fame patologica di zuccheri e carboidrati, che vengono assunti come farmaci antidepressivi (migliorano in manuiera sensibile anche se temporanea la condizione psicofisica), portando a un ingrassamento invernale fino alla bulimia.
– Disturbi dell’umore: astenia, svogliatezza, irritabilità, depressione, incapacità di concentrazione (in estate: eccitazione, aggressività, ottimismo).

Bagni di luce
Ancora una volta, nel SAD come in altre patologie, l’errore nasce dal fatto di non seguire più un ritmo di vita naturale, in armonia con i tempi cosmici. Il suggerimento insito in questa malattia è quello di imparare ad ascoltare i messaggi del corpo per sincronizzare di nuovo il nostro orologio psicofisico. E poi, per chi può, fare viaggi nei paesi caldi o comunque bagni di sole mattutino (o, come suggerisce qualcuno, esposizioni alla luce della luna). Ma la luce può anche essere immaginata, visualizzata. Ecco un esercizio mentale che vi può aiutare. Dopo essersi messi in stato di rilassamento, si immagina di scendere una scala che porta su una spiaggia. Ci si stende in riva al mare, ad occhi chiusi, il corpo abbandonato, ascoltando il rumore delle onde e percependo il calore del sole. La sua luce penetra nel corpo, infondendo una sensazione piacevolissima di benessere e di energia. Si continua a immaginare la luce che scende nel corpo, finchè non ci si sente di nuovo carichi di energia. Ora si può abbandonare la spiaggia e risalire le scale. Si riporta l’attenzione sul respiro, riprendendo contatto con il corpo e l’ambiente esterno.

Un aiuto per gli astronauti
La Light therapy è una cura interessante, priva di controindicazioni, tanto che l’OMS la considera una terapia d’elezione. Per questo c’è chi l’ha proposta per i viaggi spaziali, dato che gli astronauti, compiendo viaggi lunghissimi e affrontando situazioni difficili, vivono una condizione di stress continuo. Per questo devono essere messi in condizione di stare bene. Anni fa è stata costruita una stazione spaziale orbitante, per un’iniziativa russa, americana, europea e giapponese. Tra le varie tecniche di ottimizzazione, i tedeschi hanno proposto di fornire agli astronauti bagni di luce con lampade speciali, le stesse usate nelle saune tedesche, che danno stimolazione intensa e piacevolissima, simile al calore del sole, una sferzata al sistema neurovegetativo e ormonale.

Per saperne di più:

Alessandro Meluzzi: La luce come terapia (ed. Mediche-Scientifiche di Pavia).
Fabio Marchesi: La luce che cura (Tecniche Nuove ed.)

Manuela Pompas

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