4 novembre 2015

Gli Usa sfidano la Cina: torneremo nelle acque contese del mar Cinese meridionale


La conferma arriva da un ammiraglio Usa durante una conferenza all’università di Pechino. La marina Usa compie analoghe operazioni da decenni e l’Asia-Pacifico “non è una eccezione”. In Vietnam monta la protesta contro la visita del presidente cinese Xi Jinping. Migliaia di firme per la petizione online. 

Pechino (AsiaNews/agenzie) – Gli Stati Uniti torneranno a breve con proprie navi da guerra nelle acque contese del mar Cinese meridionale. Una sfida aperta alle rivendicazioni di Pechino, che già a fine ottobre aveva attaccato duramente il transito del cacciatorpediniere lanciamissili USS Lassen nei pressi degli atolli Subi e Mischief, nell’arcipelago delle Spratly.

Ad annunciare il prossimo passaggio è un alto ufficiale della Marina americana, il quale ha aggiunto che Washington ha compiuto analoghe operazioni “per decenni” in tutto il mondo. 

Intervenendo in un incontro all’Università di Pechino l’ammiraglio Usa Harry Harris ha chiarito che queste azioni compiute di recente dagli Stati Uniti non dovrebbero destare sorprese. “Per decenni – spiega – abbiamo condotto operazioni in tema di libertà di navigazione in tutto il mondo, dunque non vedo perché qualcuno dovrebbe meravigliarsi ora”.

“I nostri mezzi militari – ha aggiunto – continueranno a navigare, volare e operare ovunque e ogniqualvolta le leggi internazionali lo permetteranno. Il mar Cinese meridionale non è – e non sarà – una eccezione”. Tuttavia le operazioni, che egli definisce “di routine”, non devono essere interpretate come una “minaccia per qualsivoglia nazione”.

In precedenza un funzionario del governo Usa, dietro anonimato, aveva spiegato all’agenzia Reuters che analoghi pattugliamenti “avvengono almeno un paio di volte a trimestre”. Tuttavia, da Washington fanno anche sapere che lalibertà di navigazione e la sicurezza nel mar Cinese meridionale sono uno degli interessi primari del governo americano. 

Nel frattempo in Vietnam monta la protesta per la prossima visita ufficiale del presidente cinese Xi Jinping ad Hanoi, nel contesto di una due giorni di incontri su invito del segretario generale del partito comunista vietnamita Nguyen Phu Trong e del presidente Truong Tan Sang. Otto Ong locali e almeno 1700 attivisti che vivono in Vietnam e all’estero hanno firmato una petizione online contro la visita del leader cinese. Dietro la protesta, la politica aggressiva di Pechino nel mar Cinese meridionale che ha causato scontri fra imbarcazioni dei due Paesi – un tempo alleati comunisti di ferro – nella regione e attacchi a pescherecci vietnamiti. 

La costruzione di piste di atterraggio e atolli artificiali nelle aree contese da parte della Cina è un’ulteriore conferma della politica “imperialista” di Pechino nella regione, la quale ha registrato una crescente accelerazione negli ultimi due anni. Per gli Stati Uniti e le Filippine le nuove isole rappresentano una minaccia nella regione e già in passato Washington non aveva escluso la navigazione di proprie navi all’interno della zona rivendicata dalla Cina a proprio uso esclusivo, inasprendo ancor più le già forti tensioni nell’area. 

Da tempo Hanoi e Manila – che per prima ha promosso una vertenza internazionale al tribunale Onu, iniziata ai primi di luglio e priva di valore vincolante – manifestano crescente preoccupazione per “l’imperialismo” di Pechino nei mari meridionale e orientale.

Il governo cinese rivendica una fetta consistente di oceano, che comprende le Spratly e le Paracel, isole contese da Vietnam, Taiwan, Filippine, Brunei e Malaysia (quasi l’85% dei territori). A sostenere i Paesi del Sud-Est asiatico vi sono anche gli Stati Uniti, che hanno giudicato “illegale” e “irrazionale” la cosiddetta “lingua di bue” usata da Pechino per marcare il territorio, fino a comprenderne quasi l’80% dei 3,5 milioni di kmq.

L’egemonia riveste un carattere strategico per lo sfruttamento di petrolio e gas naturale nel fondo marino, in un’area dell’Asia-Pacifico di elevato interesse economico, geopolitico e commerciale, con un valore complessivo di almeno 5mila miliardi di dollari.

Fonte: qui

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