3 agosto 2015

Stati Uniti, pronti all'apocalisse: scorte di viveri, accendini e batterie per prepararsi alle catastrofi


di Anna Guaita

New York – Accendini, fiammiferi e batterie. Se dovesse arrivare l’apocalisse, e il denaro non avesse più nessun valore, questi sarebbero gli oggetti più ambiti, e quindi indispensabili per effettuare baratti.

Fino a qualche anno fa, questa informazione sarebbe stata sepolta in libri o siti di survivalist imbevuti di idee complottiste. Ma le recenti crisi – da quella dell’economia nel 2008 all’esplosione dell’ebola l’anno scorso – hanno spinto migliaia di americani di estrazione borghese a studiare le tecniche della sopravvivenza e a imparare i segreti per proteggere se stessi e la famiglia in un mondo in cui non ci fosse più ordine sociale, o fosse travolto da inarrestabili catastrofi naturali.

Per la prima volta nella storia si è tenuto un convegno di esperti nello Utah, la scorsa primavera, mentre piccole riunioni, lezioni, e conferenze vengono tenute con crescente frequenza un po’ dappertutto negli Usa.

I survivalist “borghesi” preferiscono il nuovo nome: preppers, dal verbo “to prep”. Prepararsi al crollo della società civile, ma anche prepararsi a un uragano, a un incendio catastrofico, a un’alluvione, un terremoto, qualsiasi disastro naturale che possa costringerci a fuggire, o comunque ci obblighi ad aiutarci da soli: “Non ci sarebbero ambulanze, e la protezione civile ci impiegherebbe giorni a raggiungervi” spiega un insegnante di sopravvivenza, Charley Hogwood.

I preppers “duri” programmano per due diversi gradi di emergenza, e hanno un piano A, per quelle meno gravi, e un piano B, nel caso davvero tutto andasse a rotoli. Il piano A prevede di restare in casa, e quindi va preparato con la conservazione di rifornimenti, medicine, ecc. Il Piano B richiede invece la fuga, e il raggiungimento di una località predefinita dove ci si ritroverà con i familiari o gli amici sopravvissuti, e dove siano stati conservati alimenti, medicinali, semi di diverse piante, armi e tutto quello che può servire per vivere in una socieà disgregata. Per la fuga, bisogna avere pronto lo zaino delle 72 ore, che contenga appunto il necessario per sopravvivere fuori casa per tre giorni. E’ soprannominato INCH, I’m never coming home, non tornerò mai a casa.

Ci sono oramai decine di aziende che provvedono di tutto, cominciando ovviamente dalle armi. Ma si possono comprare cibi disidratati in grado di reggere per anni, prodotti per filtrare l’acqua, valigette mediche (le più sofisticate vengono vendute con incluso un corso di pronto soccorso in persona), abiti e coperte sottili eppure impermeabili e caldi.

I prodotti tuttavia sono un business collaterale. La cosa più importante – che tutti i preppers riconoscono – è di seguire dei corsi di sopravvivenza. Imparare ad accendere un fuoco, a pescare, anche a coltivare la terra. Imparare a aggiustare una gamba rotta e suturare una ferita, a costruirsi un riparo o guadare un fiume. Per alcuni seguire questi corsi è un divertimento, come andare a fare campeggio. “Diciamo che è un hobby - reagisce un giovane manager di Chicago -. Ad altri piace collezionare statuine, a me piace collezionare conoscenza e materiale per una possibile catastrofe”.

Consigli spiccioli? Riempite una vasca da bagno d’acqua, ai primi segnali che qualcosa non va, avrete acqua da bere per vari giorni. Abbiate scarpe comode e basse sempre facili da acchiappare se dovete fuggire. Procuratevi una radio portatile che possa caricarsi con una manovella. E - come fa un ricco ingegnere – conservate qualche decina di batterie, accendini e di scatole di fiammiferi: potrebbero valere più di una banconota da cento euro.

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